Le Protagoniste

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LE AZIENDE E LA QUESTIONE DI GENERE: PROGRESSISTE O FARLOCCHE???

aprile 19, 2017

Il tema dell’uguaglianza di genere continua a essere oggetto di estrema confusione, soprattutto a livello economico. Sull’Harvard Business Revievh, Avivah Wittenberg-Cox fa una bella analisi del tessuto imprenditoriale americano, catalogando le imprese in base alla loro vera, presunta, falsa o nulla attenzione alle questioni di genere.
Il punto di partenza è che non si tratta di una “questione di donne” ma di benessere economico e sociale: le donne rappresentano un’opportunità e se non ci mettiamo d’accordo su questo, qualsiasi analisi perde senso. Assodato che avere vertici “misti” conviene, le ricerche dimostrano che le donne salgono i gradini della gerarchia solo se e quando il CEO si fa personalmente portavoce del loro empowerment. E chiariamo, il CEO in questione è anche e soprattutto un uomo. Perché un leader uomo a favore dell’equilibrio di genere in azienda risulta credibile e affidabile e le prime linee (maschili) scioglierannoi loro dubbi nel seguirne la linea progressista.

SI PUO’ ABBATTERE ANCHE L’ULTIMO STEREOTIPO

marzo 30, 2017

Di Valeria Ferrero & Valeria Gangemi
Quando eravamo piccole ci dicevano che certi lavori non erano per le donne. E bastava spostarsi in un paese vicino, possibilmente andando verso nord, per vedere che le donne erano alla guida dei bus cittadini e svolgevano già lavori “da uomo”. Poi è venuto il tempo del “no” a posti di sintesi perché non abbastanza assertive e determinate o perché erano richiesti trasferimenti e orari troppo impegnativi. E abbiamo scoperto invece che gli schemi sociali si basano su empatia, condivisione, capacità organizzativa e che la tecnologia ha ridotto tempi e distanze, peraltro con indubbi impatti positivi sui costi aziendali.

GAP SALARIALE: GOLFO, PARLAMENTARI PROPONGANO LEGGE PARITA’ COME ISLANDA

marzo 29, 2017

“L’Islanda è il primo Paese al mondo dove entra in vigore una legge sulla parità salariale e chiedo a quel 31% di deputate e senatrici donne del nostro Parlamento di seguirne l’esempio e fare una proposta di legge in questa direzione”. Sono le dichiarazioni di Lella Golfo, Presidente della Fondazione Bellisario.
“La disparità salariale – spiega Golfo – è uno dei tanti ostacoli alla carriera delle donne e uno dei motivi per cui in molte abbandonano il lavoro. Una recente ricerca mostra che anche a livelli apicali le donne guadagnano la metà degli loro colleghi uomini. E alla base, fatto 100 lo stipendio di una lavoratrice, il collega uomo riceve 131 euro. È un divario inconcepibile e che non trova nessuna giustificazione tranne un mondo del lavoro “maschiocentrico”. Per questo invito le parlamentari italiane a farsi promotrici di una proposta di legge trasversale per abbattere un altro, odioso gap di genere”.

ISLANDA, È LEGGE L’UGUAGLIANZA DI PAGA TRA UOMINI E DONNE

marzo 29, 2017

Già da decenni all´avanguardia nelle politiche di gender equality, l’Islanda è da ieri il primo Paese al mondo dove è in vigore una legislazione che obbliga tutti i datori di lavoro privati e pubblici a provare che donne e uomini ricevono la stessa retribuzione a parità di qualifica. La legge, approvata poche settimane fa dal Parlamento, è stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale ed è quindi operativa a tutti gli effetti. E non si tratta di raccomandazioni ma di un obbligo stringente sulla cui ottemperanza vigilerà la polizia, la tributaria e al limite anche lo Squadrone vichingo, il reparto scelto delle forze dell´ordine.

LE 970MILA DONNE CHE RESISTONO

marzo 22, 2017

L’Istat ha diffuso nuovi numeri sull’occupazione, aggregando questa volta i dati per famiglia e restituendoci una spaccato drammatico. E l’idea di un’Italia in cui le donne portano sempre più il peso del carico familiare – anche dal punto di vista economico – viene confermata. Sono quasi un milione, infatti, i nuclei familiari dove le donne sono le uniche percettrici di reddito.
Sono diminuite di circa 30 mila unità in questi ultimi anni — erano infatti 1,012 milioni nel 2015 e 1,011 milioni nel 2014 — ed è probabile che siano diventate capofamiglia per effetto della perdita del posto di lavoro del coniuge, tagliato fuori dalla crisi occupazionale nel manifatturiero e nelle costruzioni. Per due terzi hanno figli e rappresentano soltanto le donne capofamiglia che vivono con il coniuge o il convivente. Se volessimo invece avere un numero sull’insieme delle donne breadwinner bisognerebbe sommare anche quelle che guidano una famiglia senza coniuge ma con figli a carico e le single.