Le Protagoniste

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L’OCSE ESORTA IL GIAPPONE A FAVORIRE IL LAVORO DELLE DONNE PER RILANCIARE LA RIPRESA

aprile 17, 2015

Di Ornella del Guasto
A causa del declino demografico e del rifiuto dell’immigrazione la popolazione giapponese in età di lavoro diminuisce di un milione di unità all’anno. Nel 2030, con questo trend, i potenziali lavoratori tra i 15 e i 64 anni saranno diminuiti del 17% e nel 2050 del 40%. Lo ammonisce un accurato studio dell’OCSE sulla crescita giapponese, riportato da Les Echoes, secondo cui per fermare la progressiva penuria di manodopera il Governo Abe dovrebbe mettere rapidamente in cantiere le riforme strutturali e soprattutto la riorganizzazione del mondo del lavoro. Per prima cosa deve incoraggiare la partecipazione delle donne nella vita attiva che oggi è di 20 punti al di sotto di quella degli uomini (che è dell’85%). Per comprendere l’assenza femminile è un dato di fatto che il 38% delle impiegate resta a casa dopo la nascita dei figli anche perché mancano adeguati servizi familiari rispetto ad esempio alle inglesi, francesi o americane. Il Governo dovrà quindi allestire dovunque nel paese asili nido e doposcuola, approntare benefit e attuare una riforma fiscale che aiuti la famiglia quando la donna resta a casa. Inoltre deve mettere rimedio alla forte ineguaglianza salariale che separa gli uomini dalle donne. Nel 2014 le giapponesi manager erano solo il 3,3% nelle amministrazioni centrali ed erano praticamente assenti negli stati maggiori dei grandi gruppi industriali. Al contrario costituiscono il 70% dei lavoratori irregolari e sottopagati mentre è del 70% la partecipazione maschile nei Cda. Infine l’OCSE suggerisce di modificare la cultura del lavoro giapponese che glorifica le giornate lunghe e pesa sulla qualità della vita della popolazione. Il benessere dei giapponesi, misurato sotto vari aspetti (equilibrio tra lavoro e vita privata, reddito, qualità dell’abitazione, legami sociali…) è molto inferiore a quello degli altri paesi sviluppati. Un malessere che si traduce nel basso tasso di fecondità.


QUEL GAP MATEMATICO NON ANCORA COLMATO

aprile 3, 2014

«I ragazzi superano le ragazze in 23 Paesi»: sono i risultati del rapporto PISA dell’Ocse sullo stato dell’apprendimento dei quindicenni. Secondo lo studio, in media gli studenti maschi dei Paesi Ocse staccano le coetanee di 7 lunghezze. Con punte negative massime in Slovacchia (22), Giappone (19) e Italia (18) e poche, risicate, eccezioni positive – dove le studentesse sono in media più performanti – in Finlandia (-6), Slovenia e Svezia (-4) e Norvegia (-3). Il che già offre una prima chiave di lettura: nei Paesi dove la parità di genere è la prassi, le performance femminili sono migliori di quelli maschili mentre il gap s’inverte in nazioni, come l’Italia, dove l’uguaglianza è ancora una conquista da compiere.

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ISTAT: LE DONNE VALGONO LA METÀ DEGLI UOMINI

febbraio 24, 2014

Ogni giorno abbiamo sotto mano nuove statistiche che fotografano da varie angolazioni il gap tra uomini e donne, dando sostanza e concretezza a quella democrazia dimezzata ancora lungi dall’essere estirpata. L’ultimo dato è dei più autorevoli e viene da una ricerca che l’Istat ha condotto nell’ambito di un progetto Ocse. L’obiettivo era misurare il capitale umano nei singoli Paesi per comparare il livello di sostenibilità dei diversi sistemi di welfare. Ebbene, il capitale umano di ciascun italiano, ovvero la capacità media di ogni connazionale di generare reddito, equivarrebbe a circa 342mila euro, con una sostanziale differenza tra donne e uomini. Il dato medio riferito ai maschi è di 435 mila contro 231 mila delle donne, quasi il doppio quindi.
“Il differenziale è da mettersi in relazione alle differenze di remunerazione esistenti tra uomini e donne, ma anche al minor numero di donne che lavorano – spiega l’Istat – e al minor numero di anni lavorati in media nell’arco della loro vita”. Ovviamente molto dipende dalla nozione di capitale umano che si fa propria e in questo caso avendo l’Ocse adottato quella che gli statistici chiamano l’approccio Jorgenson-Fraumeni si opera sostanzialmente su due parametri: il livello di istruzione e il reddito percepito. E sappiamo bene come entrambi gli indicatori giochino — assieme al sostanziale monopolio «rosa» del lavoro domestico — «contro» le donne. E infatti, sempre a detta dell’Istat, “poiché le donne prevalgono di gran lunga nel lavoro domestico”, le differenze di genere si riducono sommando alle attività professionali tradizionali quelle di lavoro domestico: un calcolo più equo che porta le donne a un valore pro-capite di 431mila euro (+12,3% rispetto ai maschi).
In sostanza, si fotografa e si dà un numero ben preciso alla disparità di genere, confermando come le donne “producano” sostanzialmente di più ma come il loro lavoro venga riconosciuto, socialmente ed economicamente, esattamente la metà. E che a dirlo, numeri alla mano, siano Istat e Ocse non dovrebbe solo far riflettere ma passare all’azione con politiche concrete.

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IL FEMMINISMO DI ABE RICHIEDE UN CAMBIAMENTO RIVOLUZIONARIO

febbraio 14, 2014

di Ornella Del Guasto

La forza lavoro femminile giapponese è la risorsa più sottoutilizzata. Ne è convinto il premier Shinzo Abe e lo ha detto ufficialmente a Davos al World Economic Forum il mese scorso, affermando che la produzione del Giappone aumenterebbe del 16% se le donne lavorassero quanto gli uomini. Financial Times rammenta le sue parole: “sono determinato a incoraggiarle a rompere il tetto di cristallo e mi impegnerò a preparare l’architettura perché questo avvenga”. Poiché l’età della popolazione giapponese invecchia di pari passo con il calo demografico, gli anziani che dirigono il Paese si sono ormai resi conto di aver più bisogno delle donne di quanto avessero ritenuto.

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