Le Protagoniste

DONNA & IMPRESA

LE AZIENDE E LA QUESTIONE DI GENERE: PROGRESSISTE O FARLOCCHE???

aprile 19, 2017

Il tema dell’uguaglianza di genere continua a essere oggetto di estrema confusione, soprattutto a livello economico. Sull’Harvard Business Revievh, Avivah Wittenberg-Cox fa una bella analisi del tessuto imprenditoriale americano, catalogando le imprese in base alla loro vera, presunta, falsa o nulla attenzione alle questioni di genere.
Il punto di partenza è che non si tratta di una “questione di donne” ma di benessere economico e sociale: le donne rappresentano un’opportunità e se non ci mettiamo d’accordo su questo, qualsiasi analisi perde senso. Assodato che avere vertici “misti” conviene, le ricerche dimostrano che le donne salgono i gradini della gerarchia solo se e quando il CEO si fa personalmente portavoce del loro empowerment. E chiariamo, il CEO in questione è anche e soprattutto un uomo. Perché un leader uomo a favore dell’equilibrio di genere in azienda risulta credibile e affidabile e le prime linee (maschili) scioglierannoi loro dubbi nel seguirne la linea progressista.

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RINNOVI SOCIETA’ PUBBLICHE. LELLA GOLFO: ALLE DONNE RUOLO DI AD

febbraio 27, 2017

Roma, 27 feb – A breve, vanno a rinnovo CdA e collegi sindacali delle più importanti società pubbliche: da Poste a Eni, Enel, Leonardo-Finmeccanica, Terna, Acea, Ferrovie dello Stato Italiane, Invitalia, Rai, Anas, Enav. Un giro di poltrone di cui le donne “dovranno” esser parte attiva grazie alla Legge 120 che ha introdotto in Italia le quote di genere per le società quotate e partecipate e che riserva loro almeno un terzo dei posti.
“Faccio appello al Presidente Gentiloni, al Ministro Padoan e alla Ministra con delega alle Pari Opportunità Maria Elena Boschi”, dichiara Lella Golfo, Presidente della Fondazione Marisa Bellisario nonché prima firmataria della legge sulle quote.

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DONNE NEI CDA DELLE CONTROLLATE PUBBLICHE: RAGGIUNTA QUOTA 29%

febbraio 17, 2017

Emilia Romagna al Regione più virtuosa con il 32,9%, fanalino di coda la Calabria con il 18,4%. Ma tra gli Amministratori Unici le donne restano 8.4%
Un successo davvero insperato! Che nelle società quotate si sia arrivati a quota 30%, è già un dato che ha stupito, anche i più favorevoli alle quote. Ma che lo stesso risultato (appena un 1% in meno) si potesse raggiungere anche nelle società controllate dalla Pubblica Amministrazione, è un risultato che va al di là di ogni più rosea aspettativa. In primo luogo perché nelle società a controllo pubblico, la legge è entrata in vigore più tardi (Febbraio 2013 contro Agosto 2012 delle società quotate) e pertanto più della metà delle controllate è ancora al primo rinnovo e pertanto avrebbe dovuto garantire per legge il 20% di donne. In secondo luogo perché sin dall’inizio era chiaro che i controlli e il monitoraggio sulle società pubbliche sarebbe stato molto più complesso e quindi le possibilità di “svicolare” certamente più ampie.
E invece no: le società a controllo pubblico si sono adeguate alla Legge Golfo sulle quote di genere prima e meglio anche di quanto prescritto.
Ancor più passando dalla media ai dati territoriali: 30,8% al Nord, 29,8% al centro e – purtroppo e inesorabilmente – appena 23% al Sud. D’altro canto, un Mezzogiorno indietro anni luce sull’occupazione femminile non poteva dimostrarsi all’avanguardia sul questo fronte….
In particolare, al Nord la presenza di donne negli organi collegiali è inferiore al 30% soltanto in Piemonte e in Trentino (rispettivamente 28,4% e 28,8%) mente la quota di un terzo è stata pressoché raggiunta da Emilia Romagna (32,9%) e Friuli Venezia Giulia (32,4%) ed addirittura superata dalla Valle D’Aosta (33,8%). Nell’ambito delle regioni del Centro le donne ricoprono un numero maggiore di cariche in Umbria (32,9%), mente nelle Marche, Regione con minore presenza femminile tra le regioni del Centro, solo una carica su quattro è riservata alle donne. Restano, invece, al di sotto di questa proporzione diverse regioni del Sud e delle Isole: Calabria (18,4%), Basilicata (19,3%), Sicilia (19,5%) e Campania (21,2%). L’Abruzzo, invece, brilla con una presenza femminile ben più elevata, pari al 31%.
Stessa situazione se si opera un’altra scorporazione tra consiglieri di Amministrazione e Sindaci (la legge riguarda entrambi. Nel complesso, infatti, in Italia le donne giungono a essere il 24,2% dei membri dei Consigli di Amministrazione ma le differenze restano marcate, anzi marcatissime: 17,5% al Sud contro il 26,3% del Nord e 26,1% del Centro.
Ultimo dato utile: attualmente sono dirette da un organo monocratico circa il 36% delle società pubbliche. Dei più di 1200 Amministratori Unici a capo di queste società, circa 100 sono donne, l’8,4% del totale. Sarà un caso o una scappatoia???


SMARTWORKING, L’ITALIA È ULTIMA IN EUROPA

febbraio 16, 2017

Indagine Eurofound-Ilo sul lavoro a distanza. Nella Ue media del 17% ma con forti differenziazioni tra i Paesi.
A rivelarlo è uno studio promosso da Eurofound e dall’Organizzazione Mondiale del Lavoro, che mette a confronto i Paesi dell’Unione Europea con altri Paesi nei quali lo smart-working è già molto diffuso, tra i quali gli Stati Uniti e il Giappone. Le percentuali di diffusione del lavoro a distanza affidato alle nuove tecnologie variano moltissimo, passando dal 2 al 40% dei lavoratori dipendenti. L’Europa si attesta su una media del 17%, con l’Italia fanalino di coda, preceduta da Grecia, Repubblica Ceca, Polonia, Slovacchia, Ungheria, Portogallo e Germainia. In testa invece Danimarca (intorno al 37%), Svezia, Paesi Bassi, Regno Unito, Lussemburgo e Francia.
Un posizione stigmatizzata dalla ricerca, che ricorda le posizioni dei sindacati, includendosi le nostre confederazioni Cgil, Cisl e Uil: la flessibilità nel lavoro, la possibilità di potersi organizzare con orari non rigidi sicuramente favorisce la gestione della famiglia e le amicizie. Per l’Italia, un Paese che sta invecchiando rapidamente, si cita anche la necessità per molti lavoratori di prendersi cura dei genitori anziani. Una legge in effetti giace in Parlamento: è tra quelle che per il momento sono state “dimenticate” dopo le dimissioni di Renzi a favore di questioni ritenute più urgenti.
Del resto anche la media europea non è esaltante. È vero che si parla di un 17% di lavoratori a distanza però per il 10% si tratta di un’attività occasionale, che si alterna a quella tradizionale in ufficio. Solo il 3% lavora da casa, per il resto si tratta di smart-working su base regolare.

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JOBS ACT: I FONDI DIMENTICATI PER LA CONCILIAZIONE

febbraio 16, 2017

C’è un pezzo di Jobs act di cui sulla stampa non si parla. L’ha fatto oggi Rita Querzè sul Corriere della Sera. È un pezzo importante, che potrebbe avere un impatto significativo sul quotidiano di tante famiglie e di tante donne lavoratrici.
Si tratta del decreto legislativo numero 80 del 2015. All’articolo 25 veniva introdotto in via sperimentale per il triennio 2016, 2017 e 2018 un fondo per incentivare gli accordi tra sindacati e aziende in materia di conciliazione famiglia-lavoro. In tutto si parla di un centinaio di milioni di euro. Il problema è che i fondi destinati alla spesa nel 2016 non sono mai stati utilizzati. E ora rischiano di andare persi. O, meglio, di essere destinati ad altri capitoli di spesa. A meno che il governo non metta nero su bianco il loro recupero nel 2017 e 2018.
Basta poco, si dirà. In realtà non è così semplice. Ammesso che questa decisione venga presa (siamo sulla strada giusta, sindacato confederale e ministero del Lavoro ne hanno già parlato) l’articolo 25 in questione rende necessario un decreto del ministro del Lavoro, di concerto con quello dell’Economia, per stabilire le modalità di utilizzo delle risorse. In più la legge impone la presenza di una cabina di regia di cui fanno parte tre rappresentanti designati dal presidente del Consiglio o dai ministri delegati per la Famiglia, l’Economia e il Lavoro. La prima riunione c’è già stata. Ma senza il decreto interministeriale di questo passo potrebbe passare inutilmente anche tutto il 2017. E sarebbe davvero un peccato.


ORA LO DICONO ANCHE OCSE E FACEBOOK: SE IN AZIENDA C’È LA DONNA-MANAGER CRESCONO ESPORTAZIONI E DIGITALE

febbraio 14, 2017

Da oggi non sono più parole a vanvera, ipotesi ottimistiche di donne ambiziose. Da oggi lo dicono anche i numeri: le imprese guidate da donne sono più dinamiche e propense al rischio. A rivelarlo è l’ultimo aggiornamento dell’indagine The future of business condotta da Ocse e World Bank in partnership con Facebook: le imprese a guida femminile sono quelle che investono maggiormente all’estero e saul web.
Ma veniamo ai numeri puri, quelli che spesso convincono più delle teorie, soprattutto gli scettici. Sono circa 60 milioni le aziende con meno di 250 dipendenti che nel mondo hanno aperto una pagina Facebook. Da un anno, un campione rappresentativo di queste imprese in 22 Paesi (oggi diventati 33) viene monitorato costantemente e 7400 sono italiane. Lo scorso dicembre, circa 140 mila amministratori di pagine Business su Facebook hanno partecipato all’indagine mensile che ha riservato non poche sorprese. Le aziende che producono almeno il 25% delle entrate grazie all’export, infatti, sono più spesso guidate da donne che da uomini (41% vs 31%). Il 76% delle imprenditrici usa la Rete per promuovere il business contro il 74% degli imprenditori, oppure per mostrare prodotti/servizi (78% vs 74% delle aziende al maschile). Percentuali più alte anche quando si tratta di fornire informazioni online (69% delle aziende al femminile contro il 62% di quelle al maschile).
Da qui, un assunto smentito, questa volta dai numeri: le donne non sono interessate alla tecnologia… Al contrario, manager e imprenditrici usano il digitale per spingere e promuovere i propri affari. E di solito vincono. Noi l’abbiamo sempre detto: la propensione all’ascolto e all’innovazione, l’attitudine alla contaminazione… Il futuro parla sempre più femminile. E se le imprenditrici ci pensano da sole a costruirlo il loro futuro di possibilità, imprenditori e manager sono avvertiti: più donne ai vertici, anche e soprattutto in ambiti tecnici e tecnologici possono dare una marcia in più. Non all’immagine, ma al business!


ITALIA AI VERTICI EUROPEI PER DONNE NEI CDA. GLI ULTIMI DATI CONSOB

gennaio 30, 2017

Dal 5,6% del 2008 al 30% del 2016. Un’accelerazione inimmaginabile, resa possibile dalla a legge Golfo che nel 2012 ha introdotto le quote di genere nella composizione dei cda delle società quotate e partecipate. Una legge che ha proiettato l’Italia fra le best practice europee accanto a Finlandia, Francia e Svezia (la Norvegia viaggia attorno al 40%, quota prevista per legge). L’obiettivo della legge italiana, quindi, è stato praticamente raggiunto e sarà consolidato dal prossimo triennio di rinnovi. Ben inferiore è stato, invece, l’effetto avuto sulla scelta dei vertici aziendali: se da una parte il numero delle Presidenti a Piazza Affari è salito a 21 (3,1% contro il 2,5% del 2013), quello dei CEO è salito in termini assoluti (17 contro 13), ma sceso in percentuale dal 3,2% al 2,5%. Stesso discorso si può fare per i consiglieri: le donne sono la maggior parte degli indipendenti (68,6%), mentre la percentuale è esigua fra gli executive.
La fotografia emerge dagli ultimi dati Consob. Qual è l’identikit delle donne che siedono nei board? Innanzitutto sono aumentate in valore assoluto: 617 contro le 283 del 2012. Sono in media più giovani degli uomini (50,9 anni contro 58,9) e sono meno spesso legate alla famiglia azionista di maggioranza (13,1 contro il 16,9% degli uomini). Sono, inoltre, più spesso laureate (88,5 contro 84,5%) e più spesso hanno un’istruzione post-laurea (29,7 contro 16,7%). Come si diceva meno spesso sono manager (54,1 contro 76,5%) perché sono poche fra gli executive delle società di cui sono consigliere, mentre sono più spesso professioniste (33,2 contro 16,6%) e accademiche (12,2 contro 6,4%).
Due le questioni ancora aperte per il futuro: allo scadere della legge il cambiamento all’interno dei board avrà efficacia nel tempo? Ma soprattutto: quali strumenti si possono mettere in atto perché sia data l’opportunità di crescere (anche in termini di carriera) ai talenti femminili all’interno delle aziende e nelle loro professioni? Sono due temi all’ordine del giorno.


Creative blond businesswoman leading hes team in a friendly conversation about their next agency project

PREMIO “WOMEN VALUE COMPANY 2017 – INTESA SANPAOLO”

novembre 18, 2016

Da Fondazione Bellisario e Intesa Sanpaolo un riconoscimento speciale alle Imprese che si distinguono nel campo della parità di genere

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LE EUROPEE DELL’EST SI AVVIANO VERSO POSTI SENIOR

maggio 8, 2015

di Ornella del Guasto
Quando la scorso luglio la polacca Olga Grygier–Siddon è andata per la prima volta nel ruolo di chief excutive per l’Europa centrale e orientale al meeting del Consiglio strategico mondiale di PwC, ha ammesso in un’intervista a Financial Times di essersi sentita orgogliosa. E aggiunse che quando entrò nella sala avvertì un senso tangibile di sollievo intorno a sé e, finiti i lavori, tante donne entusiaste andarono a congratularsi con lei. PwC è acronimo di Pricewaterhouse, il network di centinaia di specialisti che nell’Europa orientale fornisce servizi professionali di revisione di bilancio, advisory e consulenza fiscale è molto progressista: 7 dei 10 paesi del network hanno donne nelle posizioni di vertice e la media dell’Europa dell’est è del 35%, tra cui la Russia dove sono donne 4 su 10 business leader. Nell’UE la Polonia è il paese più avanzato con il 37% delle posizioni senior occupate da donne, seguita dai Paesi Baltici mentre la media europea è del 26% con la Gran Bretagna al 22% e la Germania al 14%. La Grygier-Siddon non è la solo europea dell’Est al vertice: l’ungherese Ulrica Fearn controlla le operazioni di servizio di una corporate industriale come Diageo, Mariana Gheorghe è chief executive di OMV Petron, il maggior produttore di gas e petrolio dell’Europa sud orientale o Monika Raiska Wolinska, che questo mese è stata nominata chief executive di CEEQA, il grande settore immobiliare regionale. Come mai questo progressismo? La spiegazione principale risiede nell’immenso numero di uomini morti durante le II Guerra Mondiale in Europa dell’Est e in Russia che ha creato una domanda di donne istruite e specializzate in grado di assumere lavori prima dominati agli uomini. Queste sono le medie che però mascherano l’arretratezza della presenza femminile in alcune aree come il settore minerario, manifatturiero e delle costruzioni ancora largamente dominate dagli uomini. Il rapporto 2013 della Commissione europea rivela che solo la Lituania, la Slovenia e la Repubblica Ceca superano la media europea per quanto riguarda le donne a capo delle compagnie pubbliche, che restano una irriducibile fortezza maschile difesa per mezzo della fortissima burocrazia, delle inesorabili influenze religiose e dei soliti stereotipi. Gli uomini non intendono cedere il controllo del potere quotato in Borsa. Tuttavia, almeno in Polonia e Ungheria qualcosa comincia a muoversi e per questo Olga Grygier–Siddon (che è stata la prima donna nel 2009 a guidare PwC in Polonia prima di assumere la carica regionale) ha detto che sin al principio ha puntato soprattutto a cercare di aumentare la porzione femminile nel mondo del lavoro.


LE GRANDI COMPAGNIE EUROPEE AUMENTANO LE POSIZIONI SENIOR PER LE DONNE

maggio 6, 2015

di Ornella del Guasto
Dal 2012 ventidue multinazionali europee hanno accresciuto la quota delle donne in posizione di leadership, ha registrato Financial Times. Oggi la maggiore sfida nel settore industriale del Continente è accrescere la quota femminile in ruoli esecutivi. Lo hanno fatto imprese di peso come la tedesca Siemens, la francese Total e la svizzera Nestlè che, messe insieme totalizzano un quinto delle 20 compagnie della capitalizzazione di mercato. Alla Siemens oggi la partecipazione femminile nel suo staff mondiale è del 20%, un quarto meno che nel 2012, ma le donne in posizioni apicali sono passate dal 14% al 16%. Alla Nestlè la percentuale femminile è rimasta stabile ma quella delle donne in posizione di leadership è addirittura balzata dal 28,5% al 32,6%. Anche altre importanti compagnie come Rio Tinto, SAP ed Ericsson non sono state da meno. Da quando McKinsey si è unita alla compagnia olandese di servizi di informazione il numero delle donne in posizione senior ha fatto un salto dal 20% al 50%.


13 DONNE NEI CDA DI MPS E UNICREDIT: LE QUOTE CONVINCONO E VANNO OLTRE LA LEGGE

aprile 20, 2015

Due Banche alle prese con le quote rosa. Unicredit e Monte dei Paschi di Siena rinnovano i loro organi societari e nei board entrano (o entreranno visto che i 16 nomi del board Unicredit saranno depositati ufficialmente domani) donne di livello, anche oltre le soglie imposte dalla Legge Golfo.
L’assemblea Mps, arriva al 50%, nominando 7 donne su 14 componenti, pur con Amministratore Delgato e un Presidente rigorosamente uomini. Le nuove consigliere sono Fiorella Kostoris, Fiorella Bianchi, Lucia Calvosa, Beatrice Derouvroy Bernard, Stefania Truzzoli, Stefania Bariatti, Maria Elena Cappello. Due donne, Elena Cenderelli (Presidente) e Anna Girello, su tre sindaci (tutte donne i sindaci supplenti).

Quanto a Unicredit, il 17 aprile sono state depositate le liste per la nomina del nuovo CdA che dovrà essere eletto dall’assemblea del 13 maggio. A quanto si è appreso, le liste stesse, quella di maggioranza e quella di minoranza dei fondi, verranno però pubblicate a valle della riunione del CdA della banca di martedì 21 aprile che ne deve prendere visione (il termine ultimo per la pubblicazione è il 22 aprile). A quanto risulta, i 16 nominativi della lista di maggioranza comprendono, come previsto, quelli del Presidente Giuseppe Vita, dell’Amministratore delegato Federico Ghizzoni e di tre degli attuali quattro Vicepresidenti: Fabrizio Palenzona, Vincenzo Calandra Buonaura e Luca Cordero di Montezemolo. Quanto alle donne, ci sarebbero le conferme di Helga Jung, Henryka Bochniarz e Lucrezia Reichlin e l’entrata della professoressa universitaria Paola Vezzani, l’imprenditrice del settore farmaceutico Elena Zambon, l’ex McKinsey Clara Streit (che siede nel board di Vontobel). Insomma, 6 donne su 16 membri, il 37,5%, ancora una volta oltre il dettato legislativo. Un bel segnale, soprattutto in un settore come quello finanziario finora tra i più impermeabili alla presenza femminile. Le quote funzionano? Sembrerebbe proprio di sì!


RAPPORTO GRANT THORTON SULLE AZIENDE: ITALIANE AL COMANDO ANCORA POCHE, SOPRATTUTTO AL SUD

marzo 18, 2015

Mentre nelle società quotate, grazie alla Legge Golfo, si è assistito alla “volata” dal 6% al 23%, nelle restanti aziende italiane, non soggette alla norma, le donne nei board continuano a essere in oche, troppo poche: il 13,8% di Amministratori Delegati, il 15,2% dei membri dei Consigli di Amministrazione e il 6,6% dei Presidenti. I dati emergono da uno studio condotto da Grant Thornton, su database AIDA-Bureau Van Dijk, su 13.133 aziende italiane con fatturato compreso tra 30 e 500 milioni di Euro. Ancor più impietoso il divario territoriale, con un Sud che continua a tener le donne lontane dalle stanze dei bottoni. Il 61% delle donne in CdA, infatti, si trova al Nord, il 34% al Centro, solo il 5% al Sud; Toscana e Umbria le regioni più rosa, ultima la Basilicata.
Le donne membri di Consigli di Amministrazione sono concentrate per il 33% in Lombardia, il 16% in Emilia Romagna e il 12% in Veneto, mentre il Molise si conferma il fanalino di coda con lo 0,04%. Il Piemonte, con l’8,87%, la Toscana, 6,59% e il Lazio, 6,37%, superano la soglia del 5% di donne presenti nei consigli di amministrazione, quota non raggiunta nemmeno dal Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige che si fermano rispettivamente al 2,68% e 2,33%, dati vicini a quello delle Marche al 2,15%. Mentre tra le regioni che registrano al loro interno la più alta percentuale di aziende “rosa” spicca l’Umbria, che guida la classifica con il 18,76% di donne presenti nei cda. Al secondo posto la Toscana, che, tra le sue imprese fa registrare il 17,70% di donne nei consigli di amministrazione. Oltre il 16% di quote rosa in Friuli Venezia Giulia (16,93%), nelle Marche (16,62%) e in Piemonte (16,25%). I cda delle aziende emiliano romagnole fanno registrare una presenza femminile del 15,70%, nel Lazio il 15,05% e in Puglia il 14,97% dato migliore di quello della Lombardia (14,82%). Seguono la Campania (14,21%), Sicilia (13,64%), l’Abruzzo (12,55%), la Liguria con 11,74% e la Valle d’Aosta con 11,39%.
Le donne sono presenti in modo particolare nei consigli di amministrazione di aziende con un fatturato compreso tra 30-100 milioni (che rappresentano circa il 69%): la presenza di quote rosa va mano a mano diminuendo con l’aumentare del fatturato delle aziende.

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EXPO 2015: PIU’ “CHANCE” PER LE IMPRESE FEMMINILI

febbraio 20, 2015

Le donne imprenditrici hanno una “chance” in più rispetto ai colleghi uomini per cogliere le opportunità di crescita dell’Expo 2015. Il 29% delle 1.302.054 imprese femminili si concentra, infatti, sulle filiere agroalimentari e turistiche che più di altre potranno trarre vantaggio dall’Esposizione universale, contro il 22% dell’intero tessuto imprenditoriale. Più in dettaglio sono 143.256 le imprese a guida femminile che operano nel turismo, 3 su 5 sono bar o ristoranti. Mentre delle 234.684 aziende rosa dell’agroalimentare, oltre 9 su 10 riguardano il comparto agricolo.
E’ quanto emerge dai dati al 2014 dell’Osservatorio dell’Imprenditoria femminile di Unioncamere.
Numeri alla mano alla fine dello scorso anno le imprese rosa costituiscono il 21,5% dell’universo imprenditoriale italiano, ma è una realtà che sta mostrando di sapersi fare strada rapidamente. All’anagrafe delle imprese, infatti, più dell’66% delle aziende femminili ha meno di 15 anni e ha conquistato, via via, un peso maggiore sul tessuto produttivo. Le imprese nate dal 2010 in poi, infatti, incidono per oltre il 26% sul totale delle imprese registrate nello stesso periodo, quasi 5 punti percentuali in più rispetto alla media generale. L’imprenditoria al femminile, poi, si presenta più cosmopolita. Quasi una donna alla guida d’impresa su 10 parla straniero in Italia (contro l’8,68 del totale imprese). Sono 121.397 le aziende straniere in Italia, numericamente più presenti in Lombardia (20.182), nel Lazio (14.607) e in Toscana (12.857).

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ISTAT: AGRITURISMO, IN ITALIA 35,6% AZIENDE GUIDATE DA DONNE

febbraio 19, 2015

In Italia dal 2008 al 2013 gli agriturismi sono cresciuti del 13,1%, passando da 18.500 a 20.900 unità. E sono aumentati soprattutto quelli guidati da donne. Nel 2013 – secondo la pubblicazione dell’Istat “Noi Italia. 100 statistiche per capire il Paese in cui viviamo” – il numero di aziende agrituristiche sfiorava le 21 mila unità e il 35,6% era gestito dal gentil sesso.
La quota di aziende gestite da donne è alta soprattutto nelle regioni dove l’agriturismo è una realtà più recente. Il podio spetta alla Basilicata dove, rispetto al totale regionale degli agriturismi, quelli ‘rosa’ sono il 57,1%. Seguono la Valle d’Aosta con il 54,7%, la Liguria con il 52,2% e la Campania con il 48,7%.