Le Protagoniste

Tag: Quote di genere

QUOTE DI GENERE: UN MODELLO CHE FUNZIONA

aprile 14, 2015

Secondo gli ultimi dati, in virtù della legge Golfo sulle quote di genere, le donne nei boards, sono passate da un modesto 5,5% del 2010 al 23% attuale. Gli effetti positivi generati, però, non sono stati solo in termini di riduzione del gender gap. Dallo studio Women mean business and economic growth, in corso presso il Dipartimento delle pari opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri, in cui sono stati analizzati circa 3170 curriculum vitae di consiglieri di società interessate dalla legge, è emersa un’accresciuta trasparenza nel percorso di analisi e scelta dei candidati, con un conseguente innalzamento dell’asticella del merito e un abbassamento dell’età.

In antitesi, quindi, a quello che era uno dei principali argomenti contrari all’introduzione delle quote, uno dei primi esiti positivi è una maggiore attenzione proprio a quel merito, che si temeva invece venisse penalizzato. Inoltre, l’introduzione delle quote non si è associata ad altre due possibili criticità che si paventavano, ossia: poche donne in molti consigli, e l’aumento dei consiglieri scelti all’interno di uno stesso contesto famigliare. Come visto per la questione merito è accaduto l’esatto contrario, in quanto le posizioni multiple sono diminuite, in particolare tra le donne (dal 25,4% al 18,6%), segnalando quindi un allargamento della platea di candidati dai quali sono selezionati i consiglieri, mentre le donne legate da rapporti di parentela con altri componenti del consiglio sono passate addirittura dal 16,2 al 7,9% (si veda J. Ignacio Conde-Ruiz, P. Profeta, Quote rosa italiane, un modello che funziona, in ilfattoquotidiano.it, 7 marzo 2015).

Ma oltre ai numeri, c’è di più. Come comprovato da diversi studi sul punto, esistono correlazioni positive tra l’aumento della presenza femminile nei boards e il miglioramento delle performances aziendali (si vedano, ad esempio, gli studi Credit Suisse, The CS gender 3000: women in senior management, 2014; Credit Suisse, Gender diversity and corporate performance, 2012). Tra i vantaggi “microeconomici”: il miglioramento della qualità del processo decisionale, nella gestione delle relazioni all’interno dell’azienda e con gli stakeholders, nella prevenzione e nella gestione dei conflitti, nell’etica e nella corporate governance, nella valorizzazione dei talenti, oltre ad un aumento della creatività e dell’innovazione e una minore propensione al rischio; mentre tra quelli “macroeconomici”: la creazione di circoli virtuosi utili all’economia, in termini di crescita sostenibile. Inoltre le aziende con una composizione più bilanciata tra i generi hanno dimostrato una maggiore resistenza alla crisi, maggiori ricavi, valutazioni e payout ratio più elevati. Infatti, secondo l’ultimo studio del Credit Suisse, fin dall’inizio del 2012 si è registrato un +5% di outperformance su base settoriale da parte di quelle società, che avevano almeno una donna nei CdA e un’analisi della tendenza sul lungo periodo mostra un incremento nei ricavi annui addizionali del 3,7% dal 2005.


EUROPEE: GOLFO, SU PARITÀ DUE PESI E DUE MISURE

marzo 21, 2014
“Speravamo che le quote di genere uscite dal nostro Parlamento rientrassero subito nelle elezioni europee ma ancora una volta si é persa un’occasione per dimostrare agli italiani che ancora siamo un Paese democratico”.

Lo scrive in una nota Lella Golfo, Presidente della Fondazione Bellisario alla notizia del voto favorevole del Senato alla parità di genere per le prossime europee.
“La previsione delle tre preferenze per queste elezioni europee – continua – mi sembra un contentino poco riuscito e dovremo aspettare cinque anni perché la parità possa esprimersi nelle urne e solo in Europa. E tutto questo mentre il nostro sistema elettorale continua a non garantire un’equa rappresentanza di genere. Mi chiedo: perché per l’Europa, anche se solo nel 2019, il Parlamento si è espresso a favore dell’alternanza in lista e della presenza del 50% di donne e per le elezioni nazionali invece si é ricorso al voto segreto per bocciare le medesime regole?

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QUOTE IN POLITICA: L’ITALIA FA MARCIA INDIETRO, L’EUROPA AVANZA DECISA

marzo 13, 2014

Mentre in Italia le quote di genere sono state bocciate dal Parlamento grazie a un voto segreto che ha garantito l’anonimato ai contrari per “opportunismo di poltrona”, nel resto d’Europa la “democrazia paritaria”, lungi dall’essere un oltraggio alla meritocrazia, rappresenta un obiettivo prioritario, da raggiungere anche e soprattutto con leggi ad hoc.
Parigi, Bruxelles e Madrid hanno stabilito norme sulla parità di genere nella presentazione delle liste. Nei Paesi scandinavi, ma anche in Germania e Regno Unito, la condizione è contenuta negli statuti dei partiti, ma si assiste comunque a un grande impegno della politica per garantire uguali condizioni di partecipazione.
Un paper della Banca d’Italia del 2013 fornisce un’indicazione di massima su quale sia la situazione in Europa. In Francia, Belgio e Spagna si è intervenuti con legge stabilendo quote riservate nelle elezioni e per la presentazione delle liste. In altri Paesi fra cui quelli scandinavi, ma anche Germania e Regno Unito, la questione è stata invece affrontata all’interno degli statuti dei singoli partiti politici.

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LA CAMERA E IL VOTO SEGRETO AFFOSSANO LE QUOTE DI GENERE

marzo 11, 2014

La Camera ha bocciato a scrutinio segreto i tre emendamenti bipartisan alla legge elettorale che prevedevano la parità di genere. 335 voti contrari e 227 favorevoli per l’emendamento che prevedeva l’alternanza di genere in lista, vietando che potessero esserci due candidati dello stesso sesso in sequenza. Bocciato con 344 voti contrari e 214 a favore anche quello che prevedeva che nessuno dei due sessi potesse essere rappresentato in misura superiore al 50% per i capilista. Respinto anche con 298 voti contrari e 253 favorevoli il terzo e ultimo emendamento che prevedeva la proporzione del 40-60% per i capilista.
A niente è servita la protesta bipartisan delle 90 parlamentari arrivate in Aula in total white. Il Comitato dei nove e il Governo si erano rimessi all’aula e 39 deputati di Forza Italia, Fdi, Ncd e Udc hanno chiesto il voto segreto. Dunque le liste dei candidati dovranno garantire la presenza paritaria di uomini e donne: 50% e 50%, ma senza alternanza obbligatoria e le liste potranno avere fino a due uomini di seguito. Hanno vinto gli uomini, e quella parte di donne di Forza Italia, tra cui Daniela Santanché e Mariastella Gelmini, contrarie alle quote di genere per legge. Forza Italia si era detta per la libertà di coscienza sul voto, ma dalla reazione in Aula di Stefania Prestigiacomo si capisce che il diktat c’era, senza contare che sono stati i maggiorenti del partito a raccogliere le firme per chiedere il voto segreto.

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“ITALICUM”: GLI EMENDAMENTI A FAVORE DELLA PARITA’ DI GENERE

gennaio 28, 2014

Prima la conferenza stampa congiunta, lo scorso martedì, e l’impegno a far rispettare l’equilibrio di genere nella legge elettorale, poi gli emendamenti depositati in commissione Affari costituzionali alla Camera; la questione delle quote di genere è un altro dei nodi da risolvere per arrivare a un accordo sulla riforma della legge elettorale. E sui meccanismi adatti a garantire un’equa rappresentanza femminile, tutti i partiti hanno presentato emendamenti ad hoc.

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DUE DONNE NEL CDA DEL TEATRO DI ROMA

gennaio 14, 2014

Sono Mercedes Giovinazzo e Carlotta Garlanda le due new entry del Consiglio di Amministrazione del Teatro di Roma nominate oggi dal Sindaco Marino.

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Quote Arrivano le prime sanzioni. Ma con i rinnovi si va oltre il 17%.

giugno 24, 2013

 C’è chi ha puntato sulla differenza di genere e chi ha subito le norme. Il 21% delle società ha ridotto i cda, oltre un terzo li ha aumentati. La prima diffida è stata spedita due settimane fa. La prossima oggi. Altre potranno seguire. A quasi completa conclusione della stagione assembleare 2013, si tirano le prime somme sull’applicazione della legge Golfo-Mosca sulle quote di genere che ha interessato un centinaio di società. I numeri sono nei grafici e indicano, indiscutibilmente, che è stato fatto un balzo in avanti: il peso delle donne nei Cda, che era dell’il% a inizio anno,ha superato il 17% a giovedì 20 giugno. Nelle sole società che hanno nominato il Cda nelle scorse settimane la percentuale supera il 25%. Un terzo dei consigli rinnovati ha una quota superiore al 30%. Tra i sindaci la percentuale è complessivamente più alta perché i collegi sono solitamente composti da tre professionisti ed è sufficiente una nomina femminile per arrivare al 33,3%. Scorrendo gli organismi appena rinnovati si possono trarre già alcune considerazioni. La prima è che non tutti si sono adeguati. Consob ha diffidato (è il primo passo del sistema sanzionatorio,segue la multa e infine la decadenza dell’organo societario) Banca Intermobiliare per non aver inserito nemmeno una professionista nel proprio collegio sindacale. Un provvedimento analogo riguarderà Terni Energia che ha nominato una sola donna su 8 consiglieri restando sotto i 120% previsto dalla legge. Bim già risposto che «è intenzione della società adeguarsi quanto prima».Un problema di interpretazione ha riguardato i sindaci: ai fini della legge bisogna considerare gli effettivi, mentre alcune società hanno nominato le donne nei supplenti (articolo a fianco).La seconda considerazione è che il mercato si è diviso tra chi ha scelto di puntare sulla diversità di genere e chi ha mal digerito la legge. Si deve anche a quest’ultimo elemento il «movimento»che si registra nei consigli: quasi i121%di chi ha proceduto al rinnovo ha ridotto il numero di consiglieri (qui ha influito anche il tema della spending review)mentre un terzo lo ha aumentato, riuscendo così a non sacrificare nessuno.«Si individuano due grandi categorie di società – dice Stefano Modena,vice presidente di Governane consulting -: le imprenditoriali, con quote importanti in mano a famiglie, e le non imprenditoriali, con più azionisti o possedute dalla pubblica amministrazione. Soprattutto nelle seconde è prevalsa la logica di scegliere persone che non hanno niente a che vedere con l’azienda, in alcuni casi con procedure rigorose, in altri ricorrendo magari a chi si conosce già. Nelle prime, invece, c’è una predominanza di figure che vengono dalla famiglia o che rappresentano un azionista, come è accaduto finora anche per gli uomini».Un ulteriore elemento che emerge da questo primo bilancio è che non si sono viste, finora, grandi concentrazioni di cariche sulle stesse persone. Elisabetta Magistretti e Monica Mondardini le due professioniste con i consigli più rilevanti, Mondardini è anche una delle,davvero rarissime, donne ad avere deleghe operative di rilievo (gruppo De Benedetti).E questa è la quarta considerazione:sono quasi totalmente assenti le presidenti e le amministratrici delegate con deleghe. Infine, si assiste a una« trasversalità» tra Cda e collegio: la stessa persona può essere sindaca in una società e consigliera in un’altra. L’assenza delle cosiddette «goldensidri» che si è registrata invece in Norvegia, primo Paese ad avere introdottole quote, viene interpretata in modi diversi. «Una buona notizia, rispetto agli uomini non c’è paragone – dice AnnaPuccio, nel Cda di Luxottica, sostenitrice della necessità di non concentrare troppi consigli Dimostra che le donne ci sono e che qualche visibilità ce l’hanno, altrimenti non le avrebbero trovate». Più dialettica la riflessione di Guido Corbetta, docente di Strategia aziendale in Bocconi: «La poca concentrazione può portare a dire che non ci sono ancora “professioniste dei Cda” riconosciute e che, quindi, ognuno si è mosso cercando un proprio nome. Di conseguenza, potrebbe esserci un problema di competenze. Tra i sindaci emerge, invece, che se una persona è di fiducia,viene introdotta in tutti i collegi delle controllate da quella famiglia».

Fonte: Corriere della Sera – Economia


Composizione di genere dei consigli di amministrazione delle società quotate

giugno 14, 2013

Le evidenze sulla composizione di genere degli organi sociali dal 2008 ad oggi mostrano un’evoluzione positiva sia della numerosità delle cariche negli organi di amministrazione esercitate da donne, sia del numero di società in cui entrambi i generi sono rappresentati nel board.

 

EVOLUZIONE DELLA PRESENZA FEMMINILE NEI CONSIGLI DI AMMINISTRAZIONE DELLE SOCIETÀ ITALIANE QUOTATE

 

Numero di donne componenti degli organi di amministrazione

Peso sul totale dei componenti degli organi di amministrazione

Numero di società in cui almeno una donna è presente nell’organo di amministrazione

Peso sul numero totale delle società quotate

2008

170

5,9

126

43,8

2009

173

6,3

129

46,4

2010

182

6,8

133

49,6

2011

193

7,4

135

51,7

2012

288

11,6

169

66,8

2013 (dati al 15/5)

400

16,3

194

79,2

Fonte: Dati Consob – Divisione Corporate Governance, Ufficio Controlli Societari e Tutela dei Diritti dei Soci – sulla composizione degli organi sociali.

L’evoluzione recente della presenza femminile è, almeno parzialmente, influenzata dall’entrata in vigore, nello scorso agosto, della Legge n. 120/2011 che, nel perseguire l’obiettivo di favorire l’accesso alle cariche sociali da parte del genere meno rappresentato, ha imposto alle società quotate – oltreché alle società a partecipazione pubblica – di rispettare un criterio di ripartizione tra generi nella composizione dei propri organi sociali. Tale criterio trova applicazione per i tre rinnovi degli organi successivi al 12 agosto 2012 e prevede che la quota riservata al genere meno rappresentato sia pari ad almeno 1/5 dell’organo in sede di primo mandato e almeno 1/3 nei successivi due mandati.

La fotografia aggiornata (rilevazioni al 15 maggio 2013) della composizione degli organi di amministrazione delle società quotate mostra che:

–          il 16,3% degli incarichi di amministratore è esercitato da una donna, percentuale più che raddoppiata rispetto alla fine del 2011;

–          la presenza di consigli di amministrazione in cui è rappresentato il solo genere maschile riguarda oggi una quota, pari a circa il 20%, minoritaria del mercato. Fino al 2010 organi amministrativi composti da soli uomini interessavano la maggioranza numerica delle società italiane quotate.

Le evidenze attuali sulla presenza femminile sono influenzate, come detto, dall’entrata in vigore della L. 120/2011, le cui previsioni sono state già applicabili alle società che hanno provveduto a rinnovare la composizione dei propri organi sociali successivamente alla data del 12 agosto 2012.  Tuttavia, le evidenze mostrano come la composizione dell’organo amministrativo sia in linea con la quota di genere di 1/5, applicabile al primo rinnovo, anche a prescindere dalla circostanza che tale rinnovo sia effettivamente avvenuto. Infatti, a fronte di 69 casi di società, pari al 28% del mercato, che hanno provveduto a rinnovare la composizione dell’organo amministrativo successivamente all’entrata in vigore della legge, il numero di società il cui board è già in linea con la quota di 1/5 è pari a 111 e rappresenta il 45% del totale.

Pertanto l’approvazione della legge che ha introdotto le quote rosa ha avuto effetti positivi sulla presenza femminile nell’organo amministrativo anche nelle imprese in cui la nuova disciplina non ha ancora trovato prima applicazione. In particolare, nelle società già soggette alle previsioni legislative le donne rappresentano circa il 25% del totale dell’organo amministrativo mentre nelle altre società quotate, la presenza media femminile è pari al 12%, percentuale comunque superiore rispetto al dato medio degli anni precedenti l’approvazione della Legge 120/2011.

 mar.gia.