Le Protagoniste

ECONOMIA

DONNE NEI CDA DELLE CONTROLLATE PUBBLICHE: RAGGIUNTA QUOTA 29%

febbraio 17, 2017

Emilia Romagna al Regione più virtuosa con il 32,9%, fanalino di coda la Calabria con il 18,4%. Ma tra gli Amministratori Unici le donne restano 8.4%
Un successo davvero insperato! Che nelle società quotate si sia arrivati a quota 30%, è già un dato che ha stupito, anche i più favorevoli alle quote. Ma che lo stesso risultato (appena un 1% in meno) si potesse raggiungere anche nelle società controllate dalla Pubblica Amministrazione, è un risultato che va al di là di ogni più rosea aspettativa. In primo luogo perché nelle società a controllo pubblico, la legge è entrata in vigore più tardi (Febbraio 2013 contro Agosto 2012 delle società quotate) e pertanto più della metà delle controllate è ancora al primo rinnovo e pertanto avrebbe dovuto garantire per legge il 20% di donne. In secondo luogo perché sin dall’inizio era chiaro che i controlli e il monitoraggio sulle società pubbliche sarebbe stato molto più complesso e quindi le possibilità di “svicolare” certamente più ampie.
E invece no: le società a controllo pubblico si sono adeguate alla Legge Golfo sulle quote di genere prima e meglio anche di quanto prescritto.
Ancor più passando dalla media ai dati territoriali: 30,8% al Nord, 29,8% al centro e – purtroppo e inesorabilmente – appena 23% al Sud. D’altro canto, un Mezzogiorno indietro anni luce sull’occupazione femminile non poteva dimostrarsi all’avanguardia sul questo fronte….
In particolare, al Nord la presenza di donne negli organi collegiali è inferiore al 30% soltanto in Piemonte e in Trentino (rispettivamente 28,4% e 28,8%) mente la quota di un terzo è stata pressoché raggiunta da Emilia Romagna (32,9%) e Friuli Venezia Giulia (32,4%) ed addirittura superata dalla Valle D’Aosta (33,8%). Nell’ambito delle regioni del Centro le donne ricoprono un numero maggiore di cariche in Umbria (32,9%), mente nelle Marche, Regione con minore presenza femminile tra le regioni del Centro, solo una carica su quattro è riservata alle donne. Restano, invece, al di sotto di questa proporzione diverse regioni del Sud e delle Isole: Calabria (18,4%), Basilicata (19,3%), Sicilia (19,5%) e Campania (21,2%). L’Abruzzo, invece, brilla con una presenza femminile ben più elevata, pari al 31%.
Stessa situazione se si opera un’altra scorporazione tra consiglieri di Amministrazione e Sindaci (la legge riguarda entrambi. Nel complesso, infatti, in Italia le donne giungono a essere il 24,2% dei membri dei Consigli di Amministrazione ma le differenze restano marcate, anzi marcatissime: 17,5% al Sud contro il 26,3% del Nord e 26,1% del Centro.
Ultimo dato utile: attualmente sono dirette da un organo monocratico circa il 36% delle società pubbliche. Dei più di 1200 Amministratori Unici a capo di queste società, circa 100 sono donne, l’8,4% del totale. Sarà un caso o una scappatoia???


ORA LO DICONO ANCHE OCSE E FACEBOOK: SE IN AZIENDA C’È LA DONNA-MANAGER CRESCONO ESPORTAZIONI E DIGITALE

febbraio 14, 2017

Da oggi non sono più parole a vanvera, ipotesi ottimistiche di donne ambiziose. Da oggi lo dicono anche i numeri: le imprese guidate da donne sono più dinamiche e propense al rischio. A rivelarlo è l’ultimo aggiornamento dell’indagine The future of business condotta da Ocse e World Bank in partnership con Facebook: le imprese a guida femminile sono quelle che investono maggiormente all’estero e saul web.
Ma veniamo ai numeri puri, quelli che spesso convincono più delle teorie, soprattutto gli scettici. Sono circa 60 milioni le aziende con meno di 250 dipendenti che nel mondo hanno aperto una pagina Facebook. Da un anno, un campione rappresentativo di queste imprese in 22 Paesi (oggi diventati 33) viene monitorato costantemente e 7400 sono italiane. Lo scorso dicembre, circa 140 mila amministratori di pagine Business su Facebook hanno partecipato all’indagine mensile che ha riservato non poche sorprese. Le aziende che producono almeno il 25% delle entrate grazie all’export, infatti, sono più spesso guidate da donne che da uomini (41% vs 31%). Il 76% delle imprenditrici usa la Rete per promuovere il business contro il 74% degli imprenditori, oppure per mostrare prodotti/servizi (78% vs 74% delle aziende al maschile). Percentuali più alte anche quando si tratta di fornire informazioni online (69% delle aziende al femminile contro il 62% di quelle al maschile).
Da qui, un assunto smentito, questa volta dai numeri: le donne non sono interessate alla tecnologia… Al contrario, manager e imprenditrici usano il digitale per spingere e promuovere i propri affari. E di solito vincono. Noi l’abbiamo sempre detto: la propensione all’ascolto e all’innovazione, l’attitudine alla contaminazione… Il futuro parla sempre più femminile. E se le imprenditrici ci pensano da sole a costruirlo il loro futuro di possibilità, imprenditori e manager sono avvertiti: più donne ai vertici, anche e soprattutto in ambiti tecnici e tecnologici possono dare una marcia in più. Non all’immagine, ma al business!


GENDER GAP REPORT 2016: LE COSE CHE NON TI ASPETTI

dicembre 20, 2016

Un po’ prima della fine dell’anno, il World Economic Forum si è preso la briga di sottolineare le 5 cose più sorprendenti emerse dal Gender Gap Report del 2016, il rapporto con cui l’istituto misura ogni anno lo stato della parità di genere nel mondo.
Un elenchino per riflettere e rimboccarsi le maniche…

1) In Europa e negli Stati Uniti, dal 2006 a oggi la situazione del divario di genere non è migliorata. Queste due aree geografiche partivano meglio delle altre. Eppure, l’Europa non è avanzata affatto mentre gli USA hanno addirittura fatto passi indietro. E tutto questo mentre aree come l’Africa e il Medio Oriente hanno fatto progressi evidenti, probabilmente mai indolore ma frutto di strappi e battaglie. Come a dire: abbiamo abbassato la guardia…

2) I numeri sono impietosi ma sul futuro vedono l’Europa con la difficile responsabilità di fare da apripista. Secondo il Report, infatti, in Europa il divario di genere potrà chiudersi entro 47 anni, negli USa non si fanno previsioni visto il passo da gambero, in Asia meridionale si dovranno aspettare 1.000 anni e in Medio Oriente e Nord Africa ancora qualche secolo. Come a dire: vade retro ottimismo!

3) La terza sorprendente scoperta riguarda il fatto che “l’educazione non basta”. Il divario di genere si è infatti azzerato in 95 Paesi per quanto riguarda la formazione universitaria e in 90 per quella secondaria. Eppure, il tetto di cristallo resta più solido che mai… Il divario di genere è stato infatti colmato al 66% per l’occupazione e all’86% per l’occupazione qualificata, ma solo al 36% per i ruoli manageriali. Educare le donne non sembra quindi bastare a garantire che poi arrivino a dare il proprio contributo alle decisioni economiche e sociali dei Paesi.

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TRE DONNE A FARE GLI ONORI DI CASA DEL PIU’ IMPORTANTE MEETING DI FINANZA MONDIALE

novembre 3, 2016

Una volta l’anno circa 90 fra governatori di banche centrali e direttori delle politiche monetarie si trovano per fare il punto delle strategie di politica finanziaria mondiale. Si tratta della conferenza internazionale sulle “Policy challenges for the financial sector“, ospitata da Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale e Federal Reserve.
Fin qui niente di nuovo. La vera novità è che nel 2017, per la prima volta nella storia della conferenza, a fare gli onori di casa non ci saranno i soliti 3 uomini ma tre donne: la Direttrice del Fmi Christine Lagarde, la Presidente della Fed Janet Yellen e la neo-nominata Chief Executive Officer della World Bank Kristalina Georgieva. Per la serie: forse la finanza non è più e non è solo roba da uomini!
Sperando di non dover fare più commenti a quelle foto ufficiali dei meeting internazionali in cui da grigiore dei vestiti d’ordinanza spiccano solo una, al massimo due, giacche dai colori pastello!


ITALIA SEMPRE PIÙ IN BASSO NELLA CLASSIFICA DEL GENDER GAP REPORT DEL WORLD ECONOMIC FORUM

ottobre 25, 2016

Diciamo che ce n’eravamo accorti ma è stata lo stesso una doccia fredda. Se l’Italia, infatti l’anno scorso aveva risalito un po’ la china nella classifica del Gender Gap Report (41° posto), il 2016 vede un nuovo arretramento al 50°! In sostanza, l’indice del World Economic Forum, che da 10 anni misura il progresso di 142 Paesi del mondo nella direzione della parità tra uomini e donne, non solo ci dice che c’è ancora molto da fare ma che stiamo peggiorando (se si poteva fare peggio!), abbiamo il passo del gambero…
Allora, va male sul fronte della (l’Italia è 72ª), l’Istruzione (siamo 56 ª), la Presenza politica (25 ª) ma il tasto davvero, davvero dolente è la 117 ª posizione ( su 142 Paesi!!9 in fatto di Partecipazione socio economica. Abbiamo perso sei posizioni dal 2015, e ben venti dal 2014.
Come mai? Basti pensare che l’occupazione femminile in Italia è inchiodata ai livelli pre crisi economica, 47,2%, contro un’occupazione maschile che viaggia sopra al 60%. Basti considerare che siamo al 79° posto per presenza di donne in posizioni manageriali, all’87° per la presenza di figure tecniche e professionali, 89° per tasso di occupazione; 98° per reddito da lavoro e infine 127° per “parità di salario per occupazione simile” (e questa definizione taglia la testa al toro sul tema di cosa sia il “pay gap”!).
Il World Economic Forum lancia l’allarme: la condizione delle donne negli ultimi tre anni è peggiorata quasi ovunque nel mondo. Sul sito si trova un “gender gap calculator” che invita a inserire la propria data di nascita e ti dice quanti anni avrai quando verrà raggiunta la parità di genere. Il numero di anni che mancano al traguardo, se manteniamo questo passo, è 170… forse le nostre pro-nipoti ci saranno, forse…


LA RIVOLUZIONE “TICKET WELFARE” AI NASTRI DI PARTENZA

gennaio 12, 2016

Il nuovo «ticket welfare» debutterà in Italia di qui a poche settimane e già ora si annuncia come una vera e propria rivoluzione in grado di far decollare il welfare aziendale e di creare nuova occupazione. I bene fici promessi sono parecchi: aumento del potere d’acquisto dei dipendenti, ottimizzazione dei costi per le aziende, emersione del lavoro nero nell’ambito del lavoro domestico, incentivo del lavoro femminile e maggiori entrate per lo Stato. In Francia dal 2005 grazie ai «Cesu» sono stati creati 1,4 milioni di nuovi posti mentre in Italia, già nel primo anno, si potrebbero creare circa 300mila nuove partite Iva e posti di lavoro qualificato, pari a circa 1 punto di Pil in più.
In sostanza, si tratta di un ticket come quelli che le aziende forniscono ai propri dipendenti in sostituzione del servizio mensa. Può valere anche 2500 euro l’anno e dare accesso a una serie infinita di servizi di assistenza alla persona, dai servizi medici ai trasporti, dagli asilo nido alle materne, ai servizi di assistenza per anziani, sino a buoni libro per i figli, borse di studio, corsi di formazione e spese per il tempo libero.

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QUOTE DI GENERE. ARRIVA LA FASE DUE

novembre 10, 2015

CORRIERE DELLA SERA
Intervista a Lella Golfo: “Alle Consigliere di Amministrazione chiediamo impegni concreti”.


QUEL POTENZIALE INESPRESSO CHE VALE MILIARDI DI DOLLARI

ottobre 3, 2015

Se tra 10 anni le donne raggiungessero l’assoluta parità sul lavoro e nella società, il Pil mondiale sarebbe superiore del 26%: 28 mila miliardi di dollari, la dimensione delle economie di Stati Uniti e Cina combinate. Se invece, in ogni regione del pianeta, ogni Paese eguagliasse anche solo ciò che ha fatto il suo vicino con il risultato migliore nel chiudere il gap di genere, il Pil mondiale crescerebbe di 1e mila miliardi dollari. Forse si tratta di ipotesi del “terzo tipo” ma leggere nero su bianco i numeri può aiutare a capire che il potenziale femminile non è una favola politically correct ma parte integrante di una strategia di crescita concreta. Le stime sono frutto di quello che è stato definito Jonathan Woetzel, direttore di McKinsey Global Institute, il “tentativo più completo di mappare le disuguaglianze di genere nel mondo e quantificare il potenziale economico che deriverebbe dal loro superamento. Questo rapporto – conferma – mostra quanto l’economia globale potrebbe guadagnare accelerando lo slancio verso la parità”.

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FRANCIA: SONO SOPRATTUTTO LE RAGAZZE LE VITTIME DELLA DISOCCUPAZIONE

settembre 8, 2015

Di Ornella Del Guasto
Secondo le statistiche diffuse giovedì scorso da Insee (l’ufficio di statistica) il tasso di disoccupazione in Francia è rimasto stabile al 10,3% della popolazione attiva, in linea con la leggera ripresa che nel secondo trimestre è stata registrata nel settore privato: + 27,300 posti di lavoro, anche se il tasso resta più elevato rispetto al 10,1% dell’anno precedente. Inoltre l’evoluzione è molto diversa a seconda della categoria della popolazione: per i giovani uomini la disoccupazione è scesa dal 25,2% al 24,3% tra i secondi trimestri 2014-2015 mentre per le giovani donne, di età compresa tra i 15 e i 24 anni, è balzata dal 22,2% al 24,3%. Come mai questo squilibrio? “Non riusciamo a trovare un’adeguata spiegazione. Se il fenomeno proseguirà nei prossimi trimestri cercheremo di analizzare in profondità il fenomeno. Anche perché per entrambi i sessi il tasso di attività anno su anno è rimasto stabile”, hanno dichiarato i dirigenti di Insee a Le Figaro. Una possibile spiegazione, dicono alcuni analisti, potrebbe essere legata al funzionamento dei cicli economici in Francia. In effetti lo stesso squilibrio di genere si era verificato tra la fine del 2009 e la fine del 2010 e questo perché l’industria, che impiega soprattutto uomini si era già messa in moto rispetto al settore de servizi più femminilizzato. In seguito la ripresa del terziario ha in parte riequilibrato la situazione. Per quanto invece riguarda i lavoratori, uomini e donne di ogni età, sul lungo periodo il quadro si è rovesciato: il tasso di occupazione che nel 2007 era più alto per gli uomini (7,%) rispetto alle donne (10,8%), oggi per queste ultime è del 9,8% rispetto al 10,8% degli uomini perché la crisi ha colpito soprattutto l’industria che impiega gli uomini mentre l’impiego femminile, concentrato sui servizi, ha resistito meglio all’urto della crisi.


DOPO LA PAUSA ESTIVA, LA GESTIONE DEL PATRIMONIO

settembre 4, 2015

di Valeria Ferrero
Il contesto economico che stiamo da tempo vivendo e i mercati che sembrano ormai essere guidati dall’ipocondria, quale risultato di una crisi ormai lunga, comportano l’evidente rischio di amplificazione dei fenomeni. Ogni notizia è letta come potenziale veicolo di catastrofe capace di coinvolgere mercati finanziari strettamente interconnessi.
Dopo la doccia fredda della svalutazione dello yuan cinese, la contrazione economica annunciata dalla tigre asiatica, la paura di una recessione ancora più lunga legata alla contrazione dei prezzi di petrolio e materie prime e le attese delle manovre delle banche centrali, diventa opportuna qualche riflessione sul come affrontare i mercati, gestire un patrimonio e soprattutto affrontare la volatilità.
In breve, dobbiamo chiederci:
1. sappiamo scegliere chi può meglio guidarci?
2. come deve evolvere il rapporto con gli intermediari?
3. sappiamo cogliere le opportunità?
Dobbiamo cercare partner di medio lungo termine, intermediari che sappiano seguirci con trasparenza e chiarezza e che mostrino attenzione alle caratteristiche delle investitrici e delle donne che amministrano patrimoni. Nel 2008, l’autorevole Boston Consulting Group, sottolineava che uno dei campi nei quali le donne trovano maggiore insoddisfazione è proprio quello dei servizi finanziari. E’ quindi necessario essere molto esigenti. E’ essenziale pretendere proattività, spiegazioni dettagliate e soprattutto chiedere una presenza costante.
Le gestione del patrimonio finanziario non può prescindere da valutazioni in merito alla protezione patrimoniale.
Il rapporto con gli intermediari dovrebbe essere orientato ad una maggiore collaborazione e ad un maggior dialogo al fine di ottenere sostegno anche per ciò che riguarda la protezione del nostro patrimonio, per noi stesse e per la trasmissione alle future generazioni. Esistono numerose fonti di responsabilità provenienti da vari ambiti (l’impresa, la professione, la famiglia, il patrimonio) che potrebbero innescare aggressioni al patrimonio personale di un soggetto.

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E’ inaccettabilmente basso il numero delle donne nella gestione patrimoniale.

giugno 16, 2015

di Ornella Del Guasto

Le donne che operano nella gestione dei fondi in USA ed in Europa sono diventate una specie in via di estinzione, scrive Financial Times. Secondo la banca dati Morningstar per loro è molto più facile cercare di diventare avvocato, medico o contabile perché su 7mila fondi comuni solo 184 sono gestiti da donne. Eppure l’aspetto paradossale , sottolinea Morningstar, è che mai come adesso le donne si dimostrano capaci di prendere decisioni sui propri investimenti mentre resta scarsa la fila delle manager nella gestione degli asset.  Le 20 maggiori compagnie di fondi si sono dimostrate molto riluttanti a comunicare se hanno rispettato  le sollecitazioni di genere. Ad esempio, nel 2014  Financial Times ha domandato a 10  importanti compagnie  americane ed europee nel settore della gestione patrimoniale quante donne avevano impiegato e a quale livello: ha risposto solo la Aberdeen Asset Management mentre le altre 9 hanno declinato. Oltre che in USA la situazione è identica in Europa: in Gran Bretagna solo il 7% dei fondi è gestito da donne e il Germania l’8% mentre gli analisti confermano che in Gran Bretagna gli incarichi front-line  della gestione patrimoniale  continuano ad essere dominio maschile in drammatico contrasto  con la proporzione delle donne che si laureano nelle Università e frequentano top master. Infatti è un paradosso dato che il 60% dei laureati è costituito da donne che però, scoraggiate dagli sbarramenti, preferiscono rivolgersi a Giurisprudenza e Medicina. Invece, più aperti a loro nel settore della gestione patrimoniale sono i Paesi giovani: in Australia la loro presenza è del 18%, a Hong Kong del 27%, a Singapore del 31%. Tuttavia Morningstar è sicura che la situazione migliorerà man mano che cresce il potere economico delle donne . Infatti è in continuo aumento il numero di quelle  che lavorano fuori casa  così come aumenta la loro capacità di prendere decisioni in proprio. Secondo le proiezioni, in USA nel 2020 le donne, frenate o no, dovrebbero arrivare a controllare  la metà della ricchezza nazionale , circa 22 trilioni di dollari.


13 DONNE NEI CDA DI MPS E UNICREDIT: LE QUOTE CONVINCONO E VANNO OLTRE LA LEGGE

aprile 20, 2015

Due Banche alle prese con le quote rosa. Unicredit e Monte dei Paschi di Siena rinnovano i loro organi societari e nei board entrano (o entreranno visto che i 16 nomi del board Unicredit saranno depositati ufficialmente domani) donne di livello, anche oltre le soglie imposte dalla Legge Golfo.
L’assemblea Mps, arriva al 50%, nominando 7 donne su 14 componenti, pur con Amministratore Delgato e un Presidente rigorosamente uomini. Le nuove consigliere sono Fiorella Kostoris, Fiorella Bianchi, Lucia Calvosa, Beatrice Derouvroy Bernard, Stefania Truzzoli, Stefania Bariatti, Maria Elena Cappello. Due donne, Elena Cenderelli (Presidente) e Anna Girello, su tre sindaci (tutte donne i sindaci supplenti).

Quanto a Unicredit, il 17 aprile sono state depositate le liste per la nomina del nuovo CdA che dovrà essere eletto dall’assemblea del 13 maggio. A quanto si è appreso, le liste stesse, quella di maggioranza e quella di minoranza dei fondi, verranno però pubblicate a valle della riunione del CdA della banca di martedì 21 aprile che ne deve prendere visione (il termine ultimo per la pubblicazione è il 22 aprile). A quanto risulta, i 16 nominativi della lista di maggioranza comprendono, come previsto, quelli del Presidente Giuseppe Vita, dell’Amministratore delegato Federico Ghizzoni e di tre degli attuali quattro Vicepresidenti: Fabrizio Palenzona, Vincenzo Calandra Buonaura e Luca Cordero di Montezemolo. Quanto alle donne, ci sarebbero le conferme di Helga Jung, Henryka Bochniarz e Lucrezia Reichlin e l’entrata della professoressa universitaria Paola Vezzani, l’imprenditrice del settore farmaceutico Elena Zambon, l’ex McKinsey Clara Streit (che siede nel board di Vontobel). Insomma, 6 donne su 16 membri, il 37,5%, ancora una volta oltre il dettato legislativo. Un bel segnale, soprattutto in un settore come quello finanziario finora tra i più impermeabili alla presenza femminile. Le quote funzionano? Sembrerebbe proprio di sì!


DATI ISTAT: CALA SOLO IL LAVORO DELLE DONNE

marzo 31, 2015

Se fino ad ora la crisi aveva sì aggravato la precarietà e ampliato divario retributivo ma aveva “garantito” la tenuta del livello dell’occupazione femminile, oggi anche questa ultimo baluardo al ribasso viene meno. Secondo gli ultimi dati Istat, infatti, l’occupazione a febbraio torna a diminuire ma la frenata è dovuta esclusivamente alla perdita di forza lavoro femminile: mentre gli occupati di sesso maschile sono «sostanzialmente stabili», le donne al lavoro diminuiscono in un mese di 42 mila unità (44 mila il dato complessivo). Anche il tasso di disoccupazione cresce al 14,1% per le donne (+0,3 punti su mese e +0,9 punti su anno) mentre per gli uomini è all’11,7% (invariato sul mese e in calo di 0,3 punti nell’anno). Si arresta dunque la serie positiva di dicembre e gennaio.
Peggiora anche la situazione sul fronte dei giovani. ù giovani disoccupati. Tra dicembre e febbraio il tasso di disoccupazione è diminuito di 0,4 punti percentuali rispetto ai tre mesi precedenti, in larga misura per la risalita del tasso di inattività (+0,3 punti). Nella fascia 15-24 anni, ovvero l’incidenza dei giovani disoccupati sul totale di quelli occupati o in cerca di lavoro, sale al 42,6% rispetto al 41,2% di gennaio. Su base congiunturale gli occupati diminuiscono dello 0,2% (-44.000), i disoccupati aumentano dello 0,7% (+23.000). Il numero di inattivi cresce dello 0,1% (+9.000) nel confronto con gennaio. Il tasso è stabile al 36%.

In Europa il tasso complessivo di occupazione femminile è del 63% circa contro il 75% degli uomini tra i 20 e il 64 anni. Le donne svolgono più spesso lavoro part time (34,9% contro 8,6%) pagandone le conseguenze in termini di carriera, opportunità di formazione, diritti pensionistici e sussidi di disoccupazione. La situazione italiana è drammatica: nonostante il trattato di Lisbona avesse fissato l’obiettivo di un tasso del 60% di occupazione entro il 2010, il tasso italiano è del 46. Ma questo dato non dice ancora tutto della questione italiana.
Mentre il Nord si avvicina all’Europa, il Sud ha un tasso di occupazione di poco superiore al 30%. In 50 anni il tasso di occupazione delle donne italiane non è neanche raddoppiato (era il 28% nel 1960). E una donna su quattro lascia il lavoro dopo l’arrivo del primo figlio. Gli economisti vanno ripetendo da tempo quale perdita in termini di crescita economica, intesa come punti di Pil, comporta l’esclusione delle donne dal mercato del lavoro.
Tra le ultime stime ci sono quelle del Fondo monetario internazionale e di Goldman Sachs, che indicano tra il 15 e il 20 per cento il mancato aumento del Prodotto interno in assenza di un equo apporto femminile al lavoro.