Le Protagoniste

ESTERI

ISLANDA, È LEGGE L’UGUAGLIANZA DI PAGA TRA UOMINI E DONNE

marzo 29, 2017

Già da decenni all´avanguardia nelle politiche di gender equality, l’Islanda è da ieri il primo Paese al mondo dove è in vigore una legislazione che obbliga tutti i datori di lavoro privati e pubblici a provare che donne e uomini ricevono la stessa retribuzione a parità di qualifica. La legge, approvata poche settimane fa dal Parlamento, è stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale ed è quindi operativa a tutti gli effetti. E non si tratta di raccomandazioni ma di un obbligo stringente sulla cui ottemperanza vigilerà la polizia, la tributaria e al limite anche lo Squadrone vichingo, il reparto scelto delle forze dell´ordine.

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GB: PER LA PRIMA VOLTA UNA DONNA ALLA GUIDA DI SCOTLAND YARD

febbraio 23, 2017

Per la prima volta nella storia di Scotland Yard è stata scelta una donna per comandare la celebre polizia di Londra. Si tratta di Cressida Dick, 56 anni, che sostituisce così Sir Bernard Hogan-Howe in procinto di andare in pensione. Dick era stata a capo della sezione anti-terrorismo della Met Police fino al 2014 quando poi aveva ottenuto un incarico al Foreign Office. Si è detta entusiasta di “tornare a lavorare con i favolosi donne e uomini del Met”.
Dick, figlia di una storica di Oxford e di un filosofo dell’East Anglia, lei stessa laureata a Oxford, non ha lasciato che la morte di Jean Charles de Menezes, un brasiliano erroneamente identificato come terrorista del 7 luglio 2005 e ucciso dalle forze dell’ordine sotto il suo comando, fermasse la sua ascesa ai gradi di Scotland Yard.


LIBIA: LE DONNE NON POTRANNO PIU’ VIAGGIARE DA SOLE

febbraio 21, 2017

A dare l’ordine generale Abdul Razzaq Al-Nazhouri, governatore dell’Est della Libia sotto il comando del generale Khalifa Haftar: le donne sotto i 60 anni non potranno lasciare il Paese se non accompagnate da un uomo della loro famiglia (tranne i cugini, chissà perché!). La misura è stata accolta con scherno, ma anche forte risentimento nell’Est del Paese, non solo da donne e attivisti, ma anche da esponenti del parlamento di Tobruk.
Intanto, scherno o meno, da due giorni i funzionari all’ aeroporto di Labrak, il maggiore tra Bengasi e Tobruk, hanno ricevuto l’ordine di controllare i dati anagrafici delle passeggere con l’ autorità di rimandare a casa quelle «fuorilegge». Ai media locali Nazhouri ha spiegato che si tratta di una misura adottata per evitare che le donne sole all’ estero possano diventare spie. «Sappiamo di casi di giovani libiche contattate da servizi segreti stranieri», ha detto criptico. L’ unica esenzione è per le donne parlamentari o che lavorano negli uffici governativi.
Una decisione così tanto drastica ha ovviamente suscitato forti reazioni di rabbia. «Per par condicio si dovrebbe applicare lo stesso divieto ai maschi libici, visto il gran numero di scandali a sfondo sessuale», rispondono le associazioni delle donne libiche emigrate al Cairo.
Ma le critiche non vengono solo dalle attiviste. “Le persone sono molto arrabbiate – ha detto al Libya Herald una donna di Bangasi che ha sempre sostenuto le forze guidate da Haftar – i miei amici mi dicono che non hanno certo appoggiato la rivoluzione e quindi le forze armate per avere questo”. Anche il deputato di Bengazi nel Parlamento di Tobruk, Ziyad Daghim, ha criticato la misura, accusando Nazhuri di aver abusato della propria autorità emettendo tale direttiva. Di fatto, il divieto di Nazhuri non riguarda Tobruk, stando a quanto precisato dal personale dell’aeroporto della città libica, dove le donne viaggiano come vogliono e possono attraversare da sole, in macchina, anche il confine con l’Egitto.
La questione ha indotto anche il principe Idris Al-Senussi, membro della famiglia reale spodestata da Muammar Gheddafi nel 1969, a diffondere un comunicato per sollecitare il rispetto e la difesa dei diritti delle donne. Ma proprio il suo intervento è stato attaccato dall’uomo che secondo molti libici sarebbe l’artefice della restrizione imposta alle donne: l’imam saudita salafita Osama Al-Otaibi.
Gli analisti leggono il provvedimento come un tentativo dei militari legati ad Haftar di ingraziarsi le milizie di Misurata più vicine al fronte religioso. Ma Haftar, che si presenta tra l’ altro come un leader laico, potrebbe essere costretto ad intervenire per abrogarlo. Fatto sta che da adesso in poi le donne non sono più libere nemmeno di andarsi a fare una vacanza.


EGITTO E ARABIA SAUDITA: LE DONNE AVANZANO IN POLITICA E FINANZA

febbraio 20, 2017

Donne da primato nei paesi arabi, dove volti femminili al vertice sono ancora troppo pochi e quelli che ci sono fanno ancora troppo poca notizia. Dalla politica all’economia, dalla letteratura allo sport: ogni nomina è una conquista. Le ultime due arrivano dall’Egitto e dall’Arabia Saudita e sono scelte destinate a lasciare un segno, anche al di là dei confini nazionali.
Nel rimpasto di governo dei giorni scorsi, in Egitto sono stati nominati nove nuovi ministri e anche cinque nuovi governatori, tra cui Nadia Abdou. Definita donna di ferro dal parlamento egiziano, Nadia Abdou è diventata la prima governatrice regionale del Paese dei Faraoni. Laureata in ingegneria chimica all’Università di Alessandria, classe 1944, Abdou è stata direttrice della Alexandria Drinking Water Company dal 2002 al 2012 e poi vice-governatrice dal 2013. Ora è a capo della provincia di Buhayra, nella regione nord-occidentale del Paese, famosa per essere il governatorato più popoloso oltre che per ospitare Rosetta, la città dalla quale proviene la famosa stele situata al British Museum di Londra. A differenza di altri paesi del nord Africa, l’Egitto ha una bassissima rappresentanza femminile in Parlamento. In Marocco, un sesto del Parlamento è destinato alle quote rosa. In Algeria e Tunisia la quota si aggira intorno al 30%, dipendentemente dalla dimensione della costituency. In Libia soltanto il 16% è occupato da donne. E in Egitto, dei 596 posti in Parlamento, soltanto 89 (il 14%) sono destinati alle donne, il dato più basso della regione nord-africana.

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SMARTWORKING, L’ITALIA È ULTIMA IN EUROPA

febbraio 16, 2017

Indagine Eurofound-Ilo sul lavoro a distanza. Nella Ue media del 17% ma con forti differenziazioni tra i Paesi.
A rivelarlo è uno studio promosso da Eurofound e dall’Organizzazione Mondiale del Lavoro, che mette a confronto i Paesi dell’Unione Europea con altri Paesi nei quali lo smart-working è già molto diffuso, tra i quali gli Stati Uniti e il Giappone. Le percentuali di diffusione del lavoro a distanza affidato alle nuove tecnologie variano moltissimo, passando dal 2 al 40% dei lavoratori dipendenti. L’Europa si attesta su una media del 17%, con l’Italia fanalino di coda, preceduta da Grecia, Repubblica Ceca, Polonia, Slovacchia, Ungheria, Portogallo e Germainia. In testa invece Danimarca (intorno al 37%), Svezia, Paesi Bassi, Regno Unito, Lussemburgo e Francia.
Un posizione stigmatizzata dalla ricerca, che ricorda le posizioni dei sindacati, includendosi le nostre confederazioni Cgil, Cisl e Uil: la flessibilità nel lavoro, la possibilità di potersi organizzare con orari non rigidi sicuramente favorisce la gestione della famiglia e le amicizie. Per l’Italia, un Paese che sta invecchiando rapidamente, si cita anche la necessità per molti lavoratori di prendersi cura dei genitori anziani. Una legge in effetti giace in Parlamento: è tra quelle che per il momento sono state “dimenticate” dopo le dimissioni di Renzi a favore di questioni ritenute più urgenti.
Del resto anche la media europea non è esaltante. È vero che si parla di un 17% di lavoratori a distanza però per il 10% si tratta di un’attività occasionale, che si alterna a quella tradizionale in ufficio. Solo il 3% lavora da casa, per il resto si tratta di smart-working su base regolare.

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FONDAZIONE BELLISARIO E CIFE DANNO SEGUITO A PROTOCOLLO D’INTESA FIRMATO A TUNISI

febbraio 8, 2017

Si rafforza la collaborazione tra la Fondazione Marisa Bellisario e l’associazione tunisina Consiglio Internazionale di Donne Imprenditrici (Cife) che domani sarà ricevuta dal Presidente Sergio Mattarella nel corso della visita di Stato in Italia guidata dal Presidente della Repubblica Tunisina Béji Caid Essebsi.
Dopo la convenzione di partenariato firmata a Tunisi nel corso della Conferenza internazionale per gli investimenti “Tunisia 2020”, le Presidenti delle due associazioni, Lella Golfo e Rachida Jebnoun – accompagnata dalla Presidente del Cife Italia Mariella Liverani – si sono incontrate oggi a Roma per parlare dei passi da compiere per dare seguito e concretezza al protocollo d’intesa.
“Domani – dichiara la Presidente della Fondazione Marisa Bellisario Lella Golfo – la Presidente Jebnoun, sarà ospite nella nostra sede nazionale per mettere a punto le linee guida di un programma di formazione. Sarà destinato alle donne ma soprattutto alle giovani tunisine, con l’obiettivo di renderle protagoniste del rilancio dell’economia della Tunisia. Nel frattempo, la Fondazione Marisa Bellisario sta elaborando – in collaborazione con la Cooperazione allo sviluppo del Ministero degli Esteri – un progetto che presenteremo a Tunisi nei prossimi mesi. L’accordo tra il Cife e la Fondazione è molto solido ma soprattutto vuole portare a risultati concreti per le donne imprenditrici di entrambi i Paesi. E ci riusciremo, non ho dubbi”.


USA: DUE DONNE NELLA SQUADRA DI TRUMP

novembre 24, 2016

Haley ambasciatrice all’Onu, DeVos all’Istruzione
La governatrice del South Carolina, Nikki Haley, avrebbe accettato l’offerta di Donald Trump di diventare l’ambasciatrice degli Stati Uniti alle Nazioni Unite. Lo riferiscono fonti vicine allo staff che gestisce la transizione del presidente eletto, riportate da Nbc News. Haley, 44 anni, è al suo secondo mandato da governatrice della South Carolina, dove è molto apprezzata. Durante le primarie repubblicane per le presidenziali, aveva inizialmente appoggiato il senatore Marco Rubio, poi il senatore Ted Cruz. Haley prenderebbe il posto di Samantha Power, scelta da Obama nel 2013.

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LE “OMBRE” DI HILLARY

novembre 11, 2016

Di Ornella Del Guasto

Gli esperti di Le Monde, convinti della elezione di Hillary Clinton alla Casa Bianca, l’avevano anticipata con una lunga ricostruzione della sua figura umana e politica da cui ho ricavato le informazioni più interessanti. La sua è la storia di una di una femminista alle prese con la realtà degli anni ‘70 in uno stato del sud povero e ultraconservatore dove non c’erano donne nelle università, nel sistema giudiziario e naturalmente nella politica (per far entrare i neri nelle scuole a Little Rock le autorità dovettero usare l’esercito).

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TRE DONNE A FARE GLI ONORI DI CASA DEL PIU’ IMPORTANTE MEETING DI FINANZA MONDIALE

novembre 3, 2016

Una volta l’anno circa 90 fra governatori di banche centrali e direttori delle politiche monetarie si trovano per fare il punto delle strategie di politica finanziaria mondiale. Si tratta della conferenza internazionale sulle “Policy challenges for the financial sector“, ospitata da Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale e Federal Reserve.
Fin qui niente di nuovo. La vera novità è che nel 2017, per la prima volta nella storia della conferenza, a fare gli onori di casa non ci saranno i soliti 3 uomini ma tre donne: la Direttrice del Fmi Christine Lagarde, la Presidente della Fed Janet Yellen e la neo-nominata Chief Executive Officer della World Bank Kristalina Georgieva. Per la serie: forse la finanza non è più e non è solo roba da uomini!
Sperando di non dover fare più commenti a quelle foto ufficiali dei meeting internazionali in cui da grigiore dei vestiti d’ordinanza spiccano solo una, al massimo due, giacche dai colori pastello!


ITALIA SEMPRE PIÙ IN BASSO NELLA CLASSIFICA DEL GENDER GAP REPORT DEL WORLD ECONOMIC FORUM

ottobre 25, 2016

Diciamo che ce n’eravamo accorti ma è stata lo stesso una doccia fredda. Se l’Italia, infatti l’anno scorso aveva risalito un po’ la china nella classifica del Gender Gap Report (41° posto), il 2016 vede un nuovo arretramento al 50°! In sostanza, l’indice del World Economic Forum, che da 10 anni misura il progresso di 142 Paesi del mondo nella direzione della parità tra uomini e donne, non solo ci dice che c’è ancora molto da fare ma che stiamo peggiorando (se si poteva fare peggio!), abbiamo il passo del gambero…
Allora, va male sul fronte della (l’Italia è 72ª), l’Istruzione (siamo 56 ª), la Presenza politica (25 ª) ma il tasto davvero, davvero dolente è la 117 ª posizione ( su 142 Paesi!!9 in fatto di Partecipazione socio economica. Abbiamo perso sei posizioni dal 2015, e ben venti dal 2014.
Come mai? Basti pensare che l’occupazione femminile in Italia è inchiodata ai livelli pre crisi economica, 47,2%, contro un’occupazione maschile che viaggia sopra al 60%. Basti considerare che siamo al 79° posto per presenza di donne in posizioni manageriali, all’87° per la presenza di figure tecniche e professionali, 89° per tasso di occupazione; 98° per reddito da lavoro e infine 127° per “parità di salario per occupazione simile” (e questa definizione taglia la testa al toro sul tema di cosa sia il “pay gap”!).
Il World Economic Forum lancia l’allarme: la condizione delle donne negli ultimi tre anni è peggiorata quasi ovunque nel mondo. Sul sito si trova un “gender gap calculator” che invita a inserire la propria data di nascita e ti dice quanti anni avrai quando verrà raggiunta la parità di genere. Il numero di anni che mancano al traguardo, se manteniamo questo passo, è 170… forse le nostre pro-nipoti ci saranno, forse…


MA CHI È THERESA MAY?

agosto 2, 2016

Di Ornella Del Guasto
“Non è un leader carismatico, scrive The Spectator per definire la signora a cui gli inglesi hanno affidato la difficile gestione dell’uscita della Gran Bretagna dall’UE, “ma è intelligente, tenace e ostile alle ideologie”. Theresa May non ha mai fatto parte della gioventù privilegiata nè di circoli politici esclusivi ma è stata scelta dai Tories per la sua determinazione e per essere riuscita a mantenere la calma mentre tutti la perdevano. Quando è stata nominata con pacatezza ha discusso con i conservatori la direzione da dare al paese e come avrebbe gestito la Brexit.

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L’INGHILTERRA NON È MAI STATA EUROPA

luglio 12, 2016

Di Valeria Ferrero & Valeria Gangemi

L’Inghilterra non ha mai accetto veramente di perdere la sua superiorità e sovranità. Ha continuato a vivere nell’idea dell’impero coloniale. Con la propria sterlina, il proprio sistema di misura, la guida a destra. E l’Euro non ha mai parlato Inglese.
Non vogliamo nasconderci dietro a uno scioccante e irrazionale no che rischia di uccidere il sogno di un Europa unita. Non possiamo accettare di arrenderci a un errore madornale che rischia, se non gestito bene e con convinzione, di renderci vittime dell’odio di estremismi politici, religiosi ed economici. La vittoria di Hillary, grazie al sostegno del nuovo socialista Bernie Sanders, dovrà dare slancio a se stessa a un Europa che rischiano di implodere. I politici europei sono stati troppo miopi nel concentrare la propria attenzione su normative di iper dettaglio, tralasciando di diffondere principi e spirito unitari.

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LE SCHIAVE DELL’INDUSTRIA TESSILE BANGLADESE

luglio 12, 2016

Di Ornella Del Guasto
La recente tragedia di Dhaka ha riacceso i riflettori sulla condizione sociale ed economica del Bangladesh. Nel 2013 nel crollo di un edificio di 8 piani, il Rana Hotel, morirono 1.138 lavoratori e più di 2.500 rimasero feriti rammenta il cinese Post Magazine. La struttura ospitava fabbriche di marchi occidentali e mise in evidenza agli osservatori internazionali quanti pericoli ci fossero nell’industria tessile bangladese. Solo un decennio fa la massa di prodotti tessili arrivavano dalla Cina considerata la “sartoria del mondo” ma man mano che in quel Paese si è innalzato il tenore di vita e la produzione manifatturiera è passata dal basso all’alto livello, il lavoro si è progressivamente spostato verso il Bangladesh.

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IL MOMENTO DEL CORAGGIO AMERICANO

giugno 27, 2016

di Valeria Ferrero e Valeria Gangemi
Hillary Clinton deve vincere e la questione non si pone solo nei confronti termini che deve bloccare l’avanzare del qualunquismo e di pericolose derive. Se l’America non ferma la sua anima peggiore, invalida i principi sanciti da una Costituzione, eredità dei padri fondatori, che dal 15 settembre del 1787 rappresenta un esempio di estrema lungimiranza e di pensiero innovativo e che mantiene tra i suoi pilastri il diritto alla felicità. Solo un democratico potrà arginare le politiche industriali che hanno distrutti ricchezza e rinvigorire i principi del capitalismo avanzato, ad esempio con l’incentivazione controcorrente del salario minimo.
Proprio nel cuore del dollaro, solo il sano pragmatismo di una donna potrebbe far recuperare, con scelte economiche e finanziarie adeguate, il terreno valoriale di cui il mondo ha bisogni. La Clinton, che oggi i detrattori chiamano la moglie di Clinton, ha da tempo ampiamente dimostrato le sue doti politiche. Andrebbe eletta solo per la capacità di reagire, co stile e composto senso della famiglia e del dovere, a uno scandalo di portata mondiale causato dalla solita prodezza maschile. Per una studentessa, un Presidente è riuscito a giurare il falso di fronte al suo paese. Ma del resto, se ciò non fosse accaduto, oggi Hillary sarebbe forse conosciuta solo come first lady.
Lei può e deve cambiare il corso della storia per ridare fiducia al sogno che gli americani non vedono più perché troppo imbrigliati nell’edonismo di soldi e potere. Per ridare speranza a generazioni di americani e di immigrati che hanno scelto quella terra per liberarsi dagli incubi della fame, della povertà e della violenza. Con piani di rilancio di un’economia ecosostenibile che sia anche un modello alternativo a quell’Europa ripiegata su sé stessa e che non sembra credere molto nelle donne. Ad eccezione della Merkel.
Il 2008 non è stato solo l’anno di una crisi finanziaria. È stato l’anno dell’avvio di una nuova era basata su paradigmi totalmente nuovi. Solo un diverso modo di vedere le cose potrà fare fronte a un sistema di fronte al quale sembriamo essere tutti ancora inadeguati.
Con occhi nuovi, la locomotiva americana potrà continuare a trainare il mondo. Di fronte a un’Europa che ha smarrito il sogno per l’incapacità della gran parte dei politici di dare concretezza all’ideale dell’Unione. Di fronte ad un Cina che improvvisamente si apre all’occidente con un mercato sconfinato.


LA VERSIONE FEMMINISTA DEL “REDDITO DI CITTADINANZA”

giugno 14, 2016

Di Ornella Del Guasto
“Come mai, si interroga The Independent, la Svizzera ha bocciato l’introduzione del reddito di cittadinanza nonostante il referendum fosse stato sollecitato da più di 100mila cittadini?” In base alla proposta ogni svizzero, sia che lavorasse o no , avrebbe dovuto ricevere una somma mensile. La filosofia del provvedimento secondo i sostenitori , si basa sul fatto che in Svizzera come nel resto del mondo metà dei lavori, anche impegnativi quali ad esempio l’assistenza ai malati, agli anziani, la cura dei bambini, i progetti di comunità…. nonostante siano vitali per una società raramente vengono retribuiti. Il “reddito di cittadinanza” quindi è una sorta di aiuto che dovrebbe servire ad incoraggiare la creatività, l’impegno sociale e a cambiare la percezione dell’assistenza come un obbligo inerte. E’ un fatto innegabile che dovunque nel mondo ci sia la tendenza a sminuire il lavoro svolto al di fuori del lavoro tradizionale tanto che è diventato da qualche tempo argomento di dibattito femminile e reso popolare il concetto di “lavoro emozionale”. In tutti i paesi del mondo infatti sono le donne a svolgere una quantità enorme di lavoro che nessuno riconosce loro anche se fuori casa hanno un lavoro pesante quanto i partner maschi. Un reddito universale secondo molte donne finirebbe con l’assimilare il “lavoro emozionale” al lavoro reale favorendo l’eguaglianza di genere. Nonostante la buona intenzione , alla resa dei conti la Svizzera, che pure è un paese ricco, si è però rifiutata di approvare una riforma così radicale dello stato sociale che avrebbe un costo spropositato. Tra l’altro avendo un tasso di immigrazione molto alto, il provvedimento del genere potrebbe tradursi in una smisurata amplificazione del cosiddetto “turismo del welfare”. Al momento quale governo dispone di capitali da poter seriamente sostenere un progetto del genere? Tuttavia se consideriamo quanto negli ultimi 20 anni sia cambiato il modello lavorativo sotto la spinta delle innovazioni tecnologiche è possibile che prima o poi si concretizzi la volontà di stravolgere i sistemi finanziari e i modelli di lavoro tradizionali. E’ un dibattito che si sta valutando in alcune regioni ricche del mondo – la provincia canadese dell’Ontario, la Finlandia, la provincia di Utrech in Olanda – per cui anche se per la Svizzera il momento non è arrivato è ingenuo pensare che non arriverà mai.