Trasformata in una nomade dall'odio degli estremisti
Argomento: Cultura | Tipo di notizia: Internazionale | Autore: LIBERO

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Esce il nuovo libro della scrittrice somala condannata a morte per aver collaborato col regista van Gogh. Che spiega perché il mondo musulmano non fa per le donne
«Ho descritto mia nonna, una nomade che viaggiava da un'oasi all'altra; mia madre, che è arrivata nella città ed è rimasta completamente disorientata. Ora ci sono io: ho pagato il prezzo per aver scelto una vita moderna e sono stata rifiutata per questo. La mia creatura rappresenterà la quarta generazione. Lei, o lui, avrà un'educazione assolutamente moderna». Il nuovo libro di Ayaan Hirsi Ali, scrittrice di origine somala costretta a vivere sotto scorta per le minacce dell'Islam radicale, si conclude con un omaggio ad Oriana LeIM una "lettera ad una bambina non nata", che ancora non c'è ma che lei spera di riuscire ad avere.
Nomade. Perché l'Islam non è una religione per donne 0~4 pp. 350, euro 18), in uscita il 18 aprile, ripercorre la vita di questa donna di poco più di 40 anni, diventata un simbolo della minaccia rappresentata dal fanatismo islamico. Nata in Somalia, viene abbandonata dal padre poligamo quando ha undici anni. Sua madre trova rifugio nella religione, e lei a 22 anni viene mandata in Canada per sposare un parente sconosciuto. Ma, quando arriva in Europa, decide di scappare e prendere un treno per l'Olanda.
NUOVA ESISTENZA
Inizia così la sua seconda vita e la decisione, presa pian piano, di abbandonare l'Islam e vivere come una donna occidentale. Viene eletta in Parlamento e nel 2004 collabora con il regista Theo van Gogh per il documentario "Submission". Lui viene ucciso da un giovane marocchino e lei da allora vive sotto scorta. Oggi si è trasferita negli Stati Uniti, da dove continua la sua battaglia contro il fondamentalismo religioso. Fra i tanti prezzi da pagare, anche la perdita della sua famiglia, tanto che per ragioni di sicurezza non ha potuto avvertire nessuno quando è andata a trovare il padre morente in ospedale. «Credo che i miei parenti più stretti non mi vogliano veramente uccidere, ma la verità è che io li ho fatti vergognare e li ho feriti», racconta. «Di sicuro alcuni membri del mio clan mi vogliono uccidere».
«Lascia alle spalle i tuoi vecchi valori e sposa le regole del tuo nuovo paese», scrive alla figlia mai avuta. «Anche se mi spiace di aver fatto soffrire i miei genitori, la mia ribellione è stata essenziale per me. Io sento di avere così tanto spirito combattivo, pensando a tutte le donne oppresse nel mondo, compreso quello Occidentale che sono rinchiuse in una prigione fatta di veli e di altre forme di schiavitù mentale». «Vorrei diventare madre», continua. «Ora ho 40 anni, e spero sia ancora possibile. Non aspetto il Paradiso, devo fare il meglio possibile nella mia vita. E questo è quello che
sto facendo».