Cosa c'è dietro il divieto del niqab e del burqa negli atenei
In un Medio Oriente dove il fondamentalismo continua a raccogliere ampi consensi, la Siria ha di recente vietato all'interno di tutte le università pubbliche e private del Paese l'uso del niqab, il velo che copre il corpo e il viso, lasciando scoperti solo gli occhi.
La decisione è stata presa nell'apparente indifferenza generale, mentre da anni accesi dibattiti sono in corso sul tema in Spagna, Belgio e Olanda, e in Francia solo poche settimane fa è stata approvata una proposta di legge per vietare il niqab e il burqa.
Alcuni si chiedono se la Siria sia forse "laica" almeno quanto l'Europa, affermando che il paese arabo non sembra solo andare in controtendenza rispetto alla regione di cui è immerso, ma appare anche contraddire se stesso. Chi sostiene questa tesi ricorda che
il regime di Damasco è da
trent'anni stretto alleato della
Repubblica islamica iraniana,
sostenitore delle istanze anti-
israeliane del movimento sciita
libanese Hezbollah e di quello
palestinese Hamas (costola della Fratellanza musulmana).
«Colpisce il fondamentalismo
in casa ma si allea con i suoi
sponsor», sintetizzano alcuni,
dimentichi però che da quarant'anni il potere siriano è noto per il suo pragmatismo: l'alleanza con l'Iran, con Hamas e con Hezbollah non ha basi ideologiche, ma è solo frutto di calcoli strategici.
La decisione di vietare il niqab negli atenei è stata presa lo scorso 18 luglio ed è stata in seguito confermata dal ministro dell'Università Ghayth Barakat, ma la stampa governativa non ha finora dedicato spazio a una questione che potrebbe dividere l'opinione pubblica piuttosto che unirla. Così, a poche settimane dall'inizio del mese di digiuno islamico di Ramadan e nel pieno della riconciliazione con l'Arabia Saudita, principale sponsor del fondamentalismo di stato, la
Siria si trova percorsa da sotterranee polemiche tra chi plaude la nuova misura
e chi invece la critica fortemente. A
giugno, il ministero della pubblica
istruzione aveva inoltre emanato
un decreto di licenziamento per
1.200 insegnanti delle scuole
siriane, colpevoli di indossare il niqab durante le lezioni
e di non seguire i program
mi scolastici di stato.
In Siria da quarant'anni
un'alleanza di clan della mi-
noranza alawita (branca dello sciismo), su cui spicca la famiglia al-Assad, e di famiglie sunnite delle regioni rurali domina un sistema di potere costruito attorno alla facciata del partito arabo-socialista Baath e che basa gran parte della sua legittimità sul principio dell'uguaglianza di tutte le confessioni di fronte allo stato.
La maggioranza della popolazione (in tutto circa venti milioni di abitanti) è sunnita (70%), mentre gli alawiti costituiscono, assieme ai fedeli delle varie chiese cristiane, la minoranza più rilevante. Stabilire l'uguaglianza di tutte le confessioni significa non solo proteggere le minoranze e mettere il riparo il paese da una possibile frantumazione, ma anche salvaguardare il potere.
Il defunto presidente siriano Hafez al-Assad nel
1973 dovette cedere alle forti pressioni
di ampi settori dellinnuente borghesia sunnita damascena e delle altre città del Paese e inserì nella nuova costituzione un articolo in cui si stabiliva che l'Islam doveva essere la religione del presidente della Repubblica. Anni più tardi, la montante opposizione armata vicina ai Fratelli musulmani minacciò la stabilità del regime, che nel 1982 rase al suolo gran parte del centro storico di Hama, roccaforte dell'islamismo a nord di Damasco, uccidendo migliaia di insorti e non risparmiando nemmeno le moschee.
A metà degli anni '80, gli uomini di Rifaat al-Assad, fratello oggi in esilio del defunto presidente, erano soliti compiere dei raid nei campus universitari di Damasco per strappare i veli hijab e
niqab dal viso delle donne. Eppure Ha fez
al-Assad, così fa oggi come suo figlio Bashar, in ogni ricorrenza islamica si faceva ritrarre mentre pregava nella Grande Moschea di Damasco assieme al Gran Mufti. Perché l'Islam nella Siria degli al-Assad è uno degli strumenti del potere: per cooptare la ricca maggioranza sunnita del paese, serve da chiave di legittimazione come religione tollerante; per non rischiare recrudescenze di movimenti che potrebbero minacciare il regime, viene stroncata ogni sua deriva fondamentalista.
La nuova presunta ondata di questi anni sarebbe determinata da diversi fattori. Oltre ad usare il velo totale come un segno di adesione ai valori del radicalismo islamico, indossare il niqab sarebbe anche una forma di protesta adottata dagli ambienti sunniti siriani nei confronti di un potere "miscredente", dominato dai clan alawiti. Velare tutto il corpo potrebbe infine avere una funzione sociale pratica e non politica: coprire l'indigenza ormai diventata norma per una crescente fetta di popolazione che vive al di sotto della soglia di povertà.
La serrata contro il sunnismo radicale viene però tradizionalmente operata quando il paese è al riparo da gravi crisi internazionali. Negli anni scorsi, ostracizzata da Stati Uniti, Unione Europea e Arabia Saudita e accusata di "fomentare il terrorismo" in Iraq e in Libano, la Siria aveva allentato la pressione contro gli ulema più radicali, incoraggiando chi inneggiava al jihad in salsa anti-americana.
Oggi, che il Paese è tornato a essere un interlocutore valido per Washington, Bruxelles e Riyadh e che non ha più nulla da temere dai "fratelli" libanesi, il suo regime si può permettere di stringere la morsa attorno ai presunti nuovi fondamentalisti.