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Investire in diplomazia. Ce lo impone Sakineh

Argomento: | Tipo di notizia: | Autore: Dacia Maraini - CORRIERE DELLA SERA

Una donna viene percossa con 99 colpi di frusta. La sua schiena è ridotta a una poltiglia di sangue. Questa donna si chiama Sakineh Ashtiani ed è iraniana.
Le frustate sono state comminate per una sentenza di adulterio. Alle frustate infatti deve seguire la lapidazione, secondo la legge religiosa. Ma a questo punto succede qualcosa di imprevisto. Il figlio di Sakineh, che ha assistito alla gogna della madre, anziché mettersi dalla parte dei giudici, denuncia pubblicamente la violenza e fa circolare attraverso Internet la notizia. Il mondo intero apre gli occhi, e cominciano le proteste. Se, di fronte a un fatto così truculento, si tace, se ne diventa complici. Ed ecco partire il tam tam delle associazioni. Decine di donne vengono frustate ogni giorno, e altre vengo no lapidate in un regime che vuole imporre il suo odio contro ogni libertà e la sua sete di dominio attraverso pene degne dell'Inquisizione di sciagurata memoria. I persecutori lo sanno, tan-
to è vero che mettono il veto a ogni occhio estraneo. Nessuno deve sapere. Il silenzio è l'arma più sicura di ogni repressione. Ma il caso di Sakineh ha rotto quel silenzio ed è difficile da con-
trollare. Gli aguzzini, intimoriti dall'opinione pubblica, hanno sospeso la lapidazione. Continuano però a tenere la donna nel braccio della morte, a minacciarla, intimidirla, umiliarla. Inoltre, per
giustificare in qualche modo la condanna, hanno aggravato l'accusa, incolpandola di complicità nell'omicidio del marito. Accusa ritardataria che suona pretestuosa. Da ricordare che l'avvocato difensore della donna è dovuto scappare in Norvegia perché minacciato. Come scrive Kavita Ramdas, avvocato per i diritti umani, citata dal Centro Ricerca per la Pace, in un articolo pubblicato dallWashington Post, e tradotto da Maria G. Di Rienzo, la violenza contro le donne è in crescita, trasversalmente, in tutto il mondo. Non solo nei Paesi islamici ma anche negli Stati Uniti dove lei, indiana, ha scelto di abitare e lavorare. Questa violenza, spiega la Ramdas, attecchisce e si sviluppa soprattutto nelle società che esaltano la guerra e il patriottismo rudimentale. La presenza dei soldati in Afghanistan per esempio non ha fatto cessare il numero di abusi contro le donne e le bambine. Gli stupri si sono triplicati nelle zone in cui i soldati sono arrivati per «difendere la pace». La connessione fra violenza contro il corpo femminile e militarizzazione è più che provata, spiega. Non è con le armi e con le bombe che si risolvono le grandi questioni internazionali, fra cui il terrorismo e le violenze di genere. La giovane afghana Aisha dal naso tagliato di netto, che abbiamo visto sulla copertina di Time è «appena arrivata negli Usa per ricevere cure mediche e io spero che esse abbiano successo. Vorrei però che ci fossero altrettanti interventi medici capaci di cambiare la mentalità di chi crede che la violenza sia la sola risposta alla violenza... Investiamo in diplomazia e diminuiamo le spese militari», è la sua conclusione. Solo sogni o parole di consapevole saggezza che vorremmo si facessero strada nella sensibilità comune?

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