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Ingrid Betancourt: Ma io sono ancora nella giungla

Argomento: | Tipo di notizia: | Autore: Style

Ha scritto settecento pagine per raccontare sei anni e mezzo di prigionia nella giungla, ostaggio dei guerriglieri colombiani. Ammette di non aver rivelato tutto perché «ci sono cose accadute nella giungla che là devono rimanere». Una delle cose rimaste là è lei stessa: Ingrid Betancourt, benché parli seduta sul divano di un appartamento di Manhattan. Dice: «Alla fine sono io a volermi sentire ancora nella giungla, per rimanere me stessa, per non dimenticare ». Contate quante volte la parola «giungla » sbucherà in questa intervista.

Ha pensato di scrivere questo libro anche quando era prigioniera o lo ha deciso dopo?
«È un pensiero che ho sempre avuto, che mi aiutava. Mi dicevo: un giorno sarò libera e vorrò che tutti leggano la mia testimonianza, che i miei figli e il resto del mondo sappiano. Era uno scopo e una speranza».

Testimoniare che cosa, esattamente: ha capito qual è stato il nucleo della sua esperienza?
«Credo di sì, se chi legge mi segue fa un viaggio nell'estremo. Si domanda: io che cosa avrei fatto? Io come sarei stato al suo posto? Io mi ci sono trovata davanti e gli altri ostaggi come me, abbiamo dato il meglio, ma abbiamo capito che il meglio non basta. Siamo rimasti impantanati nelle nostre debolezze, nei nostri limiti. Il nucleo di tutto questo? Una lezione di umiltà, scopri chi sei e che non puoi essere altro che quello».

Ha mai pensato di suicidarsi?
«Spesso. Gli altri ostaggi più di me».

Che cosa l'ha fermata?
«Il pensiero dei miei figli, non volevo lasciare loro l'eredità di una madre codarda. Ma ho sognato una pallottola in fronte. Però sapevo che non sarebbe arrivata, non mi avrebbero mai sparato. La malattia, quella sì, poteva uccidermi. Quando ho avuto crisi di fegato quasi letali sono stata felice di lasciarmi andare. Ho provato sollievo, pensato che fosse la cosa migliore. A sei mesi dalla liberazione ho toccato il fondo: ero sicura che non mi avrebbero mai rilasciata».

Lei non demonizza i suoi carcerieri. Che cosa pensa di loro, a freddo?
«Non li giudico. Non è mio compito. Certo, condanno la loro organizzazione, ma per loro provo compassione, per la maggior parte di loro. Tutti abbiamo un lato oscuro e ci sono cose, situazioni, che te lo fanno uscire. Le Farc, la guerriglia colombiana, sono una di quelle situazioni. Chi ne fa parte subisce pressioni, è tenuto a rispettare un'autorità, perde la bussola etica, capisce soltanto che se obbedisci vieni premiato. È difficile spezzare questo meccanismo senza avere una cultura che consenta di comprenderlo. Almeno i tedeschi ai tempi del nazismo avevano quella possibilità, questi no, quindi hanno minori responsabilità personali».

Ma se lei è libera non lo deve a loro, lo deve all'esercito colombiano, che ha montato un'operazione da film di Hollywood. Almeno questa è la versione ufficiale. Poi c'è chi dice che è andata diversamente, che lei è stata rilasciata prima e poi hanno inventato una favola…
«Stupidaggini».

Che è stato pagato un riscatto…
«Stupidaggine ancora più grande. Conoscevo i miei rapitori, non avrebbero mai preso soldi. Per farne che? Quelli vivono nella giungla, è la miglior soluzione che conoscono al problema dell'esistenza».

A chi deve qualcosa per la sua liberazione?
«Il primo che mi viene in mente è il presidente venezuelano Chávez. È il suo intervento che ha mosso le acque. Poi è arrivato Sarkozy, a quel punto si è accodato Bush e perfino Uribe. Ma Chávez è stato il primo».

C'è una persona che ha perduto: il suo ex marito. Era ancora marito prima del rapimento. Poi: settecento pagine e lui ne ha avuta mezza. La storia è finita, ma leggendo sembra fosse già morta prima. O no? «No. È morta nella giungla. Volevo che il libro raccontasse quel che ho provato. E di lui ho provato l'assenza, per questo non c'è. Mai un messaggio, mai un intervento alla radio, dove tutti mi parlavano, sapendo che potevo ascoltare. Credo mi abbia dato per morta, si è rifatto una vita, la mia ricomparsa per lui è stata soltanto un problema».

Lei è scesa dall'aereo, gli è andata vicino e non l'ha neppure abbracciato, è passata oltre…
«Sì, ma lui ha avuto il tempo di dirmi: "Posso continuare a vivere nel tuo appartamento?". Avevo smesso di pensare a lui da molto, c'erano i miei figli, per lui non c'era più spazio, ha parlato ai giornali della nostra vita intima, quello è stato il suo vero tradimento».

Si sente sola, qua fuori?
«No, ho la mia famiglia. E ho uno scopo: far liberare quelli che sono ancora ostaggi. Penso sempre a quelli che ho incontrato nella giungla e ancora sono là. Rivedo le loro facce, li conto: sono quindici, ma scenderanno. Fino ad allora non avrò pace. Quel che non tollero è che qualcuno ha saputo uscire e riprendere la propria vita come niente fosse…».

Dorme bene la notte?
«Un mare di incubi».

Che cosa succede in quegli incubi?
«Tutto quello che è rimasto nella giungla».

L'intervista completa su Vanity Fair n.38/2010 in edicola da mercoledì 22 settembre

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